EXPLORER AL LAVORO PER LA SELEZIONE DI ESSERE CREATIVO, LA VETRINA EUROPEA DEI COREOGRAFI INDIPENDENTI

Ha avuto inizio ieri sera il lavoro del gruppo Explorer che partecipa alla selezione dei lavori per Essere Creativo la vetrina europea dei coreografi indipendenti (in scena il 26 settembre 2015 a Pesaro nell’ambito di Hangartfest). Sei giovani spettatori, tutti con una forte passione per l’arte – non solo scenica – si sono confrontati su una prima rosa di lavori. Tutti hanno espresso in modo chiaro e puntuale il loro punti di vista, le sensazioni e le impressioni, alimentando una discussione che è sfociata spesso in analisi pertinenti e costruttive. La curiosità che muove questi giovani nel loro percorso di avvicinamento alla danza contemporanea come spettatori, li ha portati a voler approfondire alcune tematiche con opportuni rimandi a coreografi e compagnie già affermati o storicamente rilevanti. La serata si è conclusa con l’individuazione quasi all’unanimità di tre lavori, considerati dal gruppo interessanti a livello comunicativo ma soprattutto esecutivo e tecnico. Li aspetta ancora un mese di lavoro prima di presentare le loro scelte, opportunamente motivate, al tavolo della commissione di operatori che si riunirà nel mese di maggio per scegliere i candidati che prenderanno parte alla Vetrina del 26 settembre. Il gruppo Explorer è coordinato da Gloria De Angeli e rientra nel Progetto YoungUp! di Hangartfest sostenuto dalla Regione Marche.

EXPLORER, CAPIRE GLI ARTISTI PER COMPRENDERE LO SPETTACOLO DAL VIVO

di FRANCO CRESCENTINI

Il progetto Explorer è nato due anni fa per sensibilizzare lo spettatore alle arti della scena contemporanea. Chi l’ha ideato, ed ora ne cura ogni aspetto, ci tiene a precisare che non c’è nessuna pretesa a “formare” il pubblico <perché ognuno vive le proprie emozioni da spettatore attraverso le proprie esperienze – dice Gloria De Angeli – quindi il nostro desiderio è quello di fornire alcuni strumenti utili per accompagnare lo spettatore nella fruizione attiva delle arti performative andando oltre all’evento spettacolare in sé>.
Explorer è una proposta Hangartfest e fa parte del programma YOUNG UP! sostenuto dalla Regione Marche: partner esecutivi sono anche Atelier Danza Hangart e Proartis. Il progetto si rivolge a spettatori mossi da curiosità e motivati a compiere un percorso di avvicinamento all’atto creativo e performativo.
Explorer si articola in diverse sezioni, tra conferenze, incontri con artisti e spettacoli. In particolare è costituito da un gruppo di spettatori che prendono parte alla selezione dei candidati della vetrina Essere Creativo, altro importante evento nella stagione artistica di Hangartfest.
Nel suo primo appuntamento, alla vigilia dell’Epifania, Explorer ha aperto agli spettatori di danza contemporanea le porte di un’aula di danza per assistere ad una sessione di prove tra coreografo, in questo caso Luca Signoretti, ed alcune danzatrici che partecipano al programma YOUNG UP.
Gli spettatori, numerosi ed attenti, hanno potuto condividere la fase creativa del lavoro di Luca Signoretti, apprezzandone le doti comunicative e la risposta interpretativa delle danzatrici, giovani e appassionate, che hanno dato prova anche di una capacità di assimilazione e di concentrazione notevoli.
Al termine della dimostrazione, iniziata un’ora prima, è stato il pubblico ad assurgere a ruolo di protagonista grazie ad un gioco, quindi ad una condivisione, di ruoli e di interpretazione soggettiva, organizzato dallo stesso coreografo.
Il primo appuntamento di Explorer di questo 2015 si è poi concluso con una conversazione moderata dalla curatrice, Gloria De Angeli, durante la quale Luca Signoretti ha raccontato brevemente la sua storia di danzatore, iniziata proprio ad Hangart, per soffermarsi poi sulle sue prime esperienze da coreografo, prima a Ginevra e poi a Lucerna (Svizzera).
In calendario sono previsti altri numerosi appuntamenti che andranno così ad arricchire il carnet degli eventi targati Hangartfest, ormai divenuto un punto di riferimento non solo per i mesi estivi ma per tutto l’anno.
Per ogni informazione è utile visitare il sito http://www.hangartfest.it

(foto S. Mariucci ph L. Truffarelli)

APPLAUSI PER ATERBALLETTO, OVAZIONI PER ROSSINI CARDS

Diciamolo subito: l’operazione stagione teatrale al Rossini di Pesaro voluta dall’AMAT e dall’Assessorato alla Bellezza è riuscita. Certo, si è andati sul sicuro affidando l’apertura ad Aterballetto, principale compagnia di produzione e distribuzione di spettacoli di danza in Italia e prima realtà stabile di balletto al di fuori delle Fondazioni liriche. Non può quindi meravigliare il teatro pieno ed il lungo applauso (quasi sette minuti) ricevuto a fine spettacolo dagli artisti.
Diciamo anche che il Don Q Don Quixote de la Manca, coreografia firmata da Eugenio Scigliano, ha per alcuni tratti convinto meno. Il coreografo intende evocare, attraverso la metafora del movimento, un mondo interiore pieno di sogni e ideali ma non disposto ad abdicare ad essi e resta fedele al suo codice morale. Pulizia formale ed eleganza accompagnano quasi in maniera spasmodica l’alternanza delle musiche dell’originale fisarmonicista finlandese Kimmo Pohjonen a quelle di musica classica spagnola in un susseguirsi di ambienti notturni e luce. L’aspetto lirico si intravvede appena, confuso e fagocitato da giustapposizioni di azioni sceniche ridondanti e solo accattivanti.
“Ho accettato con entusiasmo ed anche con un po’ di soggezione questa rilettura del Don Chisciotte – ha detto a fine spettacolo il coreografo Scigliano durante le interviste realizzate in platea dalla giornalista e critica di danza Silvia Poletti – sapevo che si sarebbe trattato di una vera sfida riproporre in danza tutte le emozioni di questa vicenda”.
Più convincente Rossini Cards, ma forse perché in scena ormai da dieci anni.
Tutti i danzatori sono disposti sul proscenio, frontalmente al pubblico, vestiti di nero. Uno di loro si spoglia mentre tutti gli altri lo guardano e cade dal palco, come lanciarsi nel vuoto. È l’incipit della lettura sensuale, gioiosa e giocosa che l’Aterballetto di Mauro Bigonzetti fa sulle note di Rossini e con l’accompagnamento al piano per le musiche dal vivo da Bruno Moretti
Un susseguirsi di quadri. Una grande tavolata, come un banchetto ottocentesco, con candele, con tutti i danzatori seduti, che si caricano progressivamente di energia. Un duetto erotico di corpi che si avvinghiano e avvitano l’un l’altra. Un divertente siparietto con una ballerina che esce sul proscenio, a palcoscenico abbassato, declamando un menù rossiniano. Il ritorno dei danzatori vestiti, con abiti neri, alle note della Gazza ladra. E un allegro finale con ancora ballerini che si gettano dal palco dopo una lunga corsa. Un’invenzione coreografica, e scenografica, dopo l’altra. Una grande libertà espressiva. Questa è la fantasia rossiniana di Bigonzetti.

NEI LANDSCAPE EMOZIONALI DI TESHIGAWARA L’ESSENZA DELLA DANZA

Sabato 18 ottobre, sul palco del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, il coreografo giapponese Saburo Teshigawara ha presentato in esclusiva italiana il suo ultimo lavoro, Landscape, risultato della collaborazione con il pianista di origine lussemburghese Francesco Tristano. In scena anche la danzatrice Rihoko Sato, componente cardine della compagnia Karas, diretta da Teshigawara dal 1985.

Dall’incontro dei tre artisti – avvenuto nel 2010 – nasce uno spettacolo dove danza e musica instaurano una modalità dialogante capace di dischiudere le infinite potenzialità insite nel corpo e nel movimento, sia di danza che del suono. Il tempo è il terreno comune dove i tre si incontrano e tessono una tramatura fatta di respiri comuni e relazioni forti, quasi tangibili.

Inutile dire come il coreografo, dal lungo e rinomato percorso artistico, ha messo in atto ancora una volta una danza molto personale, pura espressione di quei landscape emozionali – come lui stesso li definisce – realizzati attraverso un gesto che affonda le sue radici nello studio delle arti plastiche e del balletto occidentale. Danza che si nutre di un approccio al movimento, e una concezione del corpo, che molto deve alle sue origini orientali. È il respiro che guida i movimenti veloci e ripetuti delle braccia, delle mani, dei piedi e di tutto il corpo congiuntamente. All’immagine di linee convulse tracciate nello spazio da Teshigawara, spesso geometriche e regolari, si contrappone il movimento ondeggiante di Rihoko Sato. La delicatezza del gesto e la figura esile della danzatrice, le curve di un corpo che sembra costantemente piegato dal vento, regalano atmosfere contrastanti ma pur sempre in perfetta armonia con l’altro. I landscape creati dai due danzatori sono qualcosa di interiore ma in forte relazione con l’esterno, una relazione tra inside e outside che in fin dei conti è l’essenza della danza.

La scena è una scatola nera che si veste di luce, movimento e suoni. Una black box dalla quale affiorano le presenze che la abitano. Il maestro Tristano e il suo pianoforte – che con la sua mole in contrapposizione ai fisici minuti dei due danzatori è presenza al pari dei corpi – emergono gradualmente dal buio più totale e rimangono in scena per tutta la durata dello spettacolo. La figura del coreografo invece si intaglia, netta e repentina, a lato del proscenio dove è disegnato un corridoio di luce. Dopo poco, si palesa anche la presenza della danzatrice che, per un curioso gioco di illuminazione e prospettiva, sembra essere in uno spazio molto lontano, sopraelevato, virtuale. Le luci, rigorosamente bianche, ideate dallo stesso Teshigawara, scolpiscono lo spazio e lo inondano, creano ambienti ogni volta differenti, stanze luminose dove i danzatori raccontano il loro gesto.

La complessità dei corpi e del movimento si confrontano con le note del piano di Tristano, con i brani minimalisti di John Cage, Tristano e J.S.Bach – anch’esso definito minimalista per via di una struttura compositiva che si ripete, in un rapporto che non è affatto univoco e semplice. Ad una nota non corrisponde mai un solo movimento. Anche per palesare il gesto più semplice, il corpo concorre nella sua interezza a mettere in atto l’intenzione cinetica. Il rapporto con la musica non si risolve con uno studio formale delle composizioni. C’è piuttosto una comprensione più ampia, un sentire totalizzante che porta la musica a diventare parte del corpo.

E mentre la musica diventa percepibile fisicamente, diventa corpo, si insinua nei corpi e danza in essi, il gesto restituisce suggestioni interiori, immateriali. Nella ripetizione e reiterazione del gesto e del suono, si rafforza l’idea della presenza di diversi stadi emozionali di quei Landscape, appunto, che danno il titolo allo spettacolo. È un incontro, quello della danza con la musica, che si rivela una sfida a rimanere sul tempo, essere in quel tempo condiviso e scandito congiuntamente dalle note e dai gesti che richiede una danza senza defezioni, in continuo incontro/scontro con il suono, netto, definito, chiaro nel timing di Tristano. «Danzare sulle note di Tristano – svela Saburo Teshigawara durante l’incontro con il pubblico moderato da Francesca Pedroni – è una grande sfida perché lui è pungente e non posso stare ad aspettare, devo essere aggressivo. È una sfida dove tutti e tre dobbiamo essere presenti e pronti ad avere la stessa qualità». Il timing lo determina il corpo danzante – dichiara Francesco Tristano – facilitando una scelta che altrimenti dovrebbe avvenire tra molte possibilità. Una determinazione reciproca che non sorprende dal momento che Landscape si basa su un vicendevole scambio di sguardi e ascolti. Un crocevia di rimandi spaziali, temporali, emozionali capaci di riempire uno spazio vuoto con tutto ciò che non può essere detto o visto, ma che si può sentire con il corpo e nel corpo.

foto: Saburo Teshigawara / Karas. Landscape / ph Bengt Wanselius

KING ARTHUR, IL DEBUTTO ROMANO DEI MOTUS RACCONTATO IN ANTEPRIMA DA POSTSCENA

Questa sera il Teatro Argentina di Roma, nell’ambito del RomaEuropa, ospita i Motus, formazione tra le più importanti della scena contemporanea italiana. Qualche settimana fa ho avuto il piacere di assistere a questo ultimo lavoro dei Motus al Teatro Rossini di Pesaro, quando la compagnia riminese ha restituito il favore alla città di Rossini concedendole una prova aperta di King Arthur, riscrittura dell’opera di  Henry Purcell su testo di John Dryden.

Nata come site-specific per la Sagra Musicale Malatestiana di Rimini, il King Arthur necessitava di uno spazio teatrale per prepararsi al debutto romano. Ma di quella che viene annunciata essere una prova, con tanto di ensemble orchestrale incompleto, non si può far altro che apprezzare la grande abilità dei Motus nell’esplorare tutte le dimensioni possibili della scena e dalla presenza, cifra che caratterizza il loro lavoro.

I registi Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, insieme al maestro Luca Giardini direttore dell’Ensemble Sezione Aurea, hanno magistralmente vinto quella che si prospettava come una vera e propria sfida. Riadattare in maniera asciutta ed estremamente efficace la dramatik opera di Dryden/Purcell – forma mista e sperimentale dove si alternano teatro musicale e parlato – con una trama così complessa e articolata da prevedere oltre quaranta personaggi, tra solisti, figuranti e coro, ha portato i Motus a confrontarsi con qualcosa di sconosciuto e ancora inesplorato, richiedendo nuove modalità compositive.

Ma il trasporto all’interno delle dinamiche del King Arthur dei Motus/Sezione Aurea non è così immediato. Serve un periodo di transizione per orientarsi in un territorio ibrido, dove il teatro barocco incontra quello contemporaneo. Dove al palcoscenico allestito con tronchi d’albero spezzati e una pavimentazione rossa come il fuoco, come il sangue, si contrappone un ambiente totalmente bianco e sgombro, abitato momentaneamente da presenze reali e digitali, da azioni latenti e svelate dalle riprese fatte in diretta dal cameraman Andrea Gallo e dagli stessi interpreti e restituite sulla parete antistante il pertugio centrale della stanza. Questa camera completamente bianca è una tela pronta per essere disegnata, una pagina sulla quale scrivere la storia di quella sanguinosa guerra tra i britanni e i sassoni attraverso le vicende di re Arthur/Glen Caci e del sassone Oswald, rivali sui campi di battaglia ma anche in quelli amorosi: entrambi anelano alla bella Emmeline/Silvia Calderoni, figlia del duca di Cornovaglia, resa cieca da un incantesimo. I due sono aiutati rispettivamente da Merlino e Osmond, a loro volta assistiti da Philidel e Grimbald, maghi e spiriti magici, espressione di un universo fatato, surreale e musicale.

Le azioni sul palco – di musica, canto, parola e gesto – si intrecciano con la proiezione di immagini di spazi lontani e vicini, accadimenti immediati e passati, visi, corpi e parti di essi. In King Arthur, più che mai, c’è commistione di linguaggi: opera lirica, musica, video arte, danza, giocoleria, testo narrato e, per la prima volta, la presenza in scena di cantanti lirici e musicisti d’opera. King Arthur è un lavoro che può essere definito un nuovo punto di partenza per una formazione attiva sulla scena fin dal 1991 ma che non smette mai di sorprendere con la sua continua ricerca, mantenendo una inconfondibile e personalissima modalità di approccio alla scena.

DANZATORI EMERGENTI NELLA SCENA CONTEMPORANEA CON ESSERE CREATIVO

Il Teatro Sperimentale di Pesaro ha ospitato nei giorni scorsi la vetrina internazionale della scena indipendente contemporanea Essere Creativo.  L’evento organizzato da Hangartfest, in collaborazione con AMAT, Ravnedans Festival e Sånafestivalen, nasce molti anni fa come momento dedicato a quegli allievi delle scuole di danza che dimostravano di avere particolari attitudini creative. Oggi, è diventato uno spazio dedicato a tutte quelle realtà emergenti presenti sul territorio nazionale e, da quest’anno, anche a quelle europee. Questa apertura verso l’esterno ha portato ad un aumento repentino del numero di candidature. Oltre novanta quelle pervenute, di queste sessantotto sono state ammesse alla selezione. Una Commissione di esperti composta da Gilberto Santini (direttore AMAT), Bruce Michelson (artista e corrispondente dall’Italia per la rivista Dance Europe), Carmelo Antonio Zapparrata (giornalista e critico di danza), Maren Fidje Biorneseth (coreografa, danzatrice e co-direttrice di Ravnedans Festival), Antonio Cioffi (direttore Hangartfest) e Ingvild Isaksen (coreografa e direttrice di Sånafestivalen), ha esaminato ogni singola proposta e selezionato i lavori che sono andati in scena davanti ad una platea di esperti, operatori, appassionati.

Tra le cinque proposte presentate – due lavori stranieri e tre italiani – nessuna ha veramente quel carattere di contemporaneità nell’accezione di ricerca o innovazione, ma nel suo complesso la serata soddisfa le attese soprattutto per la varietà e il livello qualitativo.

Sono tutte composte da duetti le performance italiane: C&C con Maria Addolorata, Hexperimenta con TempoPelle e Cuenca/Lauro con (zero) Work in progress-estrato; mentre la greca Sonia Ntova propone una performance dal titolo Ialemos / when there is nothing else to mourn, you have to mourn yourself che prevede in scena una danzatrice e due musicisti, i Feet Off The Ground Dance Company da Londra si presentano con Tracing Space danzato da quattro interpreti.

La serata è aperta da Ialemos della coreografa e danzatrice Sonia Ntova, con la musica e il canto dal vivo di Marina Tantanozi e Spyros Theodoridis. La dimensione espressiva ed evocativa è portata ai massimi livelli in questa performance che parla di dolore e oppressione. Ialemos è una canzone di cordoglio, una protesta latente che affonda le sue radici nel passato, una voce sussurrante dell’anima che cerca un modo per diventare urlo. La gestualità del corpo, la mimica del volto, le sonorità, il canto, le luci e i costumi concorrono, forse in maniera ridondante ma sicuramente efficace, a creare un’atmosfera densa di quella disperazione che riesce perfettamente nell’intento di rendere partecipe il pubblico a quel dolore lacerante.

Anche il duo italiano C&C, composto da Carlo Massari e Chiara Taviani, affronta il tema del dolore. Maria Addolora è un’investigazione su autentici eventi dolorosi, un’indagine su una sensazione vera, originale, primordiale, che diventa motore di un’azione fisica ma scevro da quel pathos di cui è carico il pezzo ellenico. Maria Addolorata intraprende la strada dell’anti-narrativo, dell’anti-espressivo, assumendo caratteri parodistici che provocano momenti di ilarità tra il pubblico. La danza che non si dichiara, ma che va ricercata nelle pose trattenute a lungo da lei, e nei gesti quasi acrobatici di lui, appartiene a due esseri socialmente non identificabili, che provano a sopravvivere all’esterno, agli eventi e a loro stessi.

Tra la scia di dolore della Ntova e le provocazioni di C&C si interpone il pezzo di Contact Improvisation del gruppo londinese Feet Off The Ground Dance Company. L’energia e la potente presenza, oltre alle evidenti abilità tecniche delle quattro danzatrici – Robyn Holder, Lucia Chocarro, Sophie Thorpe e Patricia Zafra, ripagano di una proposta che non aggiunge nulla di nuovo al vasto panorama di proposte di questo genere e che, tra l’altro, sacrifica parte della sua intensità nell’adattarsi alla dimensione spaziale del teatro al chiuso con visione frontale. Feet Off The Ground Dance Company si presenta come una compagnia che lavora in contesti inusuali e in spazi non convenzionali, e tale deve rimanere perché quelle atmosfere forti che dichiarano di saper creare nelle loro performance dal vivo, insieme a improvvisazioni musicali, sono state purtroppo smorzate dall’assenza di un dj-set e dalla rigidità di uno spazio che non le ha valorizzate abbastanza.

Con la performance TempoPelle di Hexperimenta da Ancona, interpretata dai giovanissimi Clementina Verrocchio e Matteo Principi, si è messi di fronte ad un tema attuale e molto ricorrente: il rapporto tra gli individui, la diffidenza e l’isolamento. La questione è risolta con un atteggiamento di apertura verso l’altro che è visto come una rivoluzione. La ricerca dell’altro, l’aprirsi alla possibilità della conoscenza del suo mondo così come far entrare e farsi attraversare dalle sue visioni, dal suo modo di essere e dalle sue esperienze è restituito in maniera didascalica, con una gestualità semplice e chiara, e dalla forte e contrastante presenza dei due, lei mora e mediterranea, lui longilineo e dai tratti nordici.

Ha decisamente un carattere di primordialità la performance (zero) Work in progress dal duo Cuenca/Lauro al quale è affidata la conclusione della serata. Con un lavoro che è ancora in fase di definizione, Elisabetta Lauro e César Augusto Cuenca Torres accompagnano lo spettatore in un viaggio senza sosta alla ricerca di un punto fermo che forse nemmeno esiste. Per tutta la prima parte della performance girano l’uno intorno all’altro, legati per le mani. In scena uno strato di terriccio che ricorda uno stück dell’inimitabile Pina Bausch, forse proprio quella Sagra della Primavera alla quale i due hanno partecipato. Le atmosfere, le presenze, i corpi raccontano molto del percorso artistico dei due. E’ chiara la provenienza, indelebile è l’impronta di certe esperienze e di una certa formazione che sfociano in un lavoro mirabile per l’utilizzo dell’energia che muove i corpi e fa compiere loro continue spirali e variazioni di ritmo donando una struttura compositiva altrettanto apprezzata.

 

foto: TempoPelle ph U. Dolcini

STUDIOSI ED ARTISTI NELLA LIBERA CONVERSAZIONE DI PALAZZO MOSCA PER HANGARTFEST

Palazzo Mosca, sede dei Musei Civici di Pesaro, ha fatto da cornice ad un gruppo di operatori del settore i quali hanno provato a far luce sul significato della contemporaneità nella danza. La conversazione-aperitivo dal titolo Essere Contemporanei? L’arte del movimento oggi tra derive e ritorno all’ordine rientrava nella programmazione dell’XI edizione di Hangartfest, festival della scena indipendente (Pesaro, 6 settembre – 5 ottobre). A condurre la tavola rotonda il giornalista e critico di danza Carmelo Antonio Zapparrata, che con le sue domande ha moderato gli interventi degli ospiti facendo emergere i pochi punti saldi e le molte questioni ancora aperte.

Una volta chiarito che la danza contemporanea non è una etichetta stabile che indica uno stile preciso di danza, ma è piuttosto la capacità di essere aderenti al proprio tempo, rispecchiando quella contemporaneità di cui fa parte, la professoressa Eugenia Casini Ropa – storica della danza e direttrice della rivista scientifica Danza & Ricerca – ha rilevato quanto il mondo vago e incerto della danza contemporanea rispecchi quella  mutevolezza, instabilità e continua evoluzione che appartiene alla società odierna. L’idea che ogni uomo è un creativo, il consolidamento della prassi di una formazione mordi e fuggi insieme all’assemblaggio di linguaggi differenti ha provocato un grande proliferare di esperienze delle quali ben poche riescono ad arrivare ai livelli richiesti dall’arte.

Appare evidente che c’è un difetto nell’uso del termine contemporaneo attribuito alla danza che permette di parlarne con una certa facilità e forse superficialità, come denuncia con il suo intervento Bruce Michelson – artista e corrispondente dall’Italia per Dance Europe.  «Molto spesso si mette la veste di contemporaneo a un evento di danza senza che questo sia stato generato da un processo creativo veramente contemporaneo, dove il coreografo deve tener presente e in considerazione il danzatore, la sua artisticità. Non si è veramente contemporanei se non si mette in atto un processo creativo che parte dal danzatore e dalla sua artisticità».

La definizione di contemporaneo è talmente mobile che si può addirittura parlare di contemporaneità in merito all’operazione di ricostruzione filologica del balletto Raimonda fatta al Teatro alla Scala di Milano. Zapparrata, in maniera provocatoria, sostiene che forse è più contemporanea una tale esperienza rispetto a quelle che copiano qualcosa già successo in passato. La mancanza di un approccio dialettico con la tradizione, e la non conoscenza di ciò che c’è stato, sarebbe una condizione che caratterizza molte esperienze coreutiche oggi e generatore delle cosi dette derive.

Non sempre derive e ritorni all’ordine viaggiano su traiettorie parallele. A riprova che è possibile un punto d’incontro tra le due, Masako Matsushita, artista attiva sulla scena contemporanea e curatrice di vari progetti artistici, racconta dell’esperienza avuta nel coreografare una delle compagnie italiane che utilizza principalmente la tecnica di tradizione accademica. Lei, che usa il linguaggio del corpo e del movimento in maniera molto personale basandosi prevalentemente sull’improvvisazione, ha coreografato lo Junior Balletto di Toscana. L’incontro tra quelli che sembrerebbero mondi lontani, si è rivelato privo di difficoltà, racconta la coreografa. In soli dieci giorni di lavoro questi due estremi – la tecnica e l’improvvisazione – hanno instaurato un dialogo proficuo e interessante.

Le questioni di carattere storico e artistico cedono presto il passo a quelle di carattere prettamente organizzativo. I problemi che emergono con maggior insistenza riguardano soprattutto la fruizione e gli spazi della danza contemporanea. Gilberto Santini, direttore di AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali, apre il suo intervento parafrasando una citazione di Peter Brook secondo la quale bisogna rispondere ai desideri del pubblico, soprattutto a quelli che questo non sa di avere mettendolo di fronte a spettacoli di carattere invasivo piuttosto che evasivo. Servono esperienze che pongono delle domande e creino nello spettatore una sorta di inquietudine giocosa ma sempre con una grande attenzione a non sbagliare la proposta, avendo sempre ben chiaro il motivo per il quale si è scelto di programmare uno spettacolo. Questo perché ci si assume una grande responsabilità nei confronti dello spettatore al quale si chiede un pezzo del loro tempo libero.

Emerge che, pur nella varietà di pubblico che frequenta gli spettacoli di danza, esiste uno stereotipo di pubblico per le proposte contemporanee che ha tra i 30 e i 45 anni. Questa mancanza di giovanissimi tra gli spettatori è confermata dal direttore di Hangartfest, Antonio Cioffi, il quale afferma la difficoltà incontrata negli anni di festival nel coinvolgere i giovani, nello specifico i frequentatori delle molte scuole di danza diffuse sul territorio. A tal proposito, racconta del progetto di sensibilizzazione per giovani spettatori – progetto Explorer – attivato quest’anno con lo scopo di avvicinare maggiormente i giovani ai linguaggi del contemporaneo.

Anche Ingvild Isaksen, artista e direttrice di Sånafestivalen (Norvegia), parla di pubblico. Quello norvegese, a dire della Isaksen, sarebbe più aperto verso le proposte contemporanee perché in Norvegia non si porta avanti una tradizione di danza così come avviene nel nostro paese. Nonostante l’assenza di un passato “ingombrante”, anche il pubblico norvegese sembra avere qualche resistenza alle nuove proposte, tanto che la direttrice ci svela che la scelta di utilizzare spazi in natura come scenario delle performance, non solo è mosso da quel grande amore che i norvegesi hanno per l’elemento naturale ma che, in certe occasioni, può aiutare lo spettatore ad accettare proposte che potrebbero spaventarlo.

Quello degli spazi è un problema che tocca da vicino il direttore dell’AMAT il quale conosce bene la realtà teatrale delle Marche, famosa come la regione dei 113 teatri, quasi tutti rigorosamente all’italiana, con una struttura tale da precludere certe esperienze. In questo senso la dimensione site specific aiuta moltissimo nell’accogliere proposte di carattere contemporaneo con esigenze differenti rispetto al balletto, il quale è concepito per essere accolto nei teatri tradizionali.  Hangartfest da sempre risponde all’esigenza di flessibilità e versatilità delle nuove proposte ospitando i suoi artisti in spazi non convenzionali. Il vantaggio di avere a disposizione spazi con caratteristiche e costi diversi rispetto ai teatri, risponde alle esigenze artistiche e di sostenibilità dei giovani artisti. Cioffi vede negli spazi delle scuole di danza un forte potenziale da poter utilizzare per ospitare residenze artistiche, rispondendo così ad una reale ed urgente necessità dei giovani creativi. Hangartfest si sta muovendo oramai da anni in questa direzione con la speranza di poter realizzare progetti sempre più stabili e duraturi.

Volendo trarre le fila di una giornata dedicata alla danza contemporanea, tra riflessioni e visioni, si può sicuramente affermare che sciogliere il nodo del contemporaneo è impossibile ma che, come sostiene il direttore di AMAT, Gilberto Santini: «è importante continuare a programmare contemporaneo perché questo ci permetterà di avere in futuro una tradizione, anche sbagliando. Se non siamo contemporanei, è come se saltassimo un pezzo della catena naturale della riproduzione del pensiero che connota la civiltà occidentale».