IL MITO DI ELENA RIVIVE SUL PIETRALATA

Elena era davvero all’altezza del suo mito in termini di bellezza: figlia di Zeus e di Leda, per la sua mano erano pronti a morire prodi pretendenti, guerrieri e capi di tutta la Grecia. E per la sua bellezza combatterono eroi quali Menelao, re di Sparta, fratello di Agamennone, ed Ettore, fratello di Paride, figlio di Priamo, re di Troia. Per lei, per riportare Elena a Sparta, dove Paride l’aveva rapita a Menelao, suo sposo, Troia fu bruciata, dopo dieci anni di guerra. Al vecchio Priamo bruciò più la beffa dell’astuto Ulisse che non tutte le fiamme che avvolsero Troia quella notte.

“Non temete”, disse Elena, guardando diritto davanti a sé. La notte era di un buio pesto, senza luna. Un’altra sola parola aggiunse, senza voltarsi, e poi non parlò più per tutto il percorso: “Seguitemi” e si addentrò nella notte.

Come tutte le donne quando sanno di essere belle, anche Elena si faceva desiderare. Giunse con oltre un’ora e mezzo di ritardo alla stazione di Pesaro e pensò bene di far precedere il suo arrivo da un sms che avvisava di aver perso il treno a Napoli, dove stava girando un film per la tv.

Quando la sua silhouette sbucò dall’androne, fu come se fosse spuntato un raggio di sole così luminoso che accese il grigio di quel pomeriggio di fine estate. La sua pelle era vellutata e aveva lunghe dita, i capelli neri erano sciolti sulle spalle e vestiva un giubbotto di pelle scura, zainetto e blue-jeans aderenti. Gentile, ci mise a nostro agio, ci raccontò quanto fosse più sbadata di quanto non sembrasse. Avrebbe potuto tranquillamente tirarsela, come probabilmente avrebbe fatto qualsiasi altra attrice, ma lei no. Aveva un sorriso smagliante che iniziava dalle labbra e andava su per le guance fino agli occhi scuri, e ancor più su, oltre all’arco delle sopracciglia fino alle tempie. Il suo sguardo intenso, ma leggero allo stesso tempo, non metteva mai soggezione.

Uscimmo dalla città e dopo circa un’ora d’auto arrivammo alla Gola del Furlo, sulla vecchia Flaminia. Da lì, altri venti minuti per salire sul Pietralata, che fa parte della Riserva Naturale del Furlo, suggestivo parco ricco di fossili, popolato da cinghiali, lupi e aquile.

Elena rimase incantata dal luogo. Volle percorrere subito il sentiero che a inizio estate aveva già percorso Giulio sotto una splendida luna piena. Il sentiero era quello che avrebbe percorso anche il gruppo di spettatori la sera dopo per la performance teatrale. Ma questa volta senza luna, nel buio pesto della notte. Elena si mise a studiare ogni dettaglio, finché la luce glielo permise: spuntoni di rami, lunghi rovi di rosa canina, buche profonde scavate dalle piogge, punti scivolosi, sassi ed ostacoli di ogni genere. Si segnava tutto nella mente, ai quattro punti cardinali prendeva con lo sguardo i suoi riferimenti nello spazio e tirava diritto.

Il sole tramontò e dopo lunghi sali e scendi, quando il crepuscolo ci permetteva di intravedere ancora la traccia del sentiero tra i cardi e le chiome scure delle piante, sul crinale inaspettatamente apparvero le sagome di alcuni cavalli. Immobili, distanti un centinaio di metri, sembravano statue messe lì per dominare la valle. Avanzammo in silenzio verso di loro fin quando Elena alzò un braccio e tutti ci fermammo. Altri cavalli in libertà apparvero sulla vetta ed ora riuscivamo a contarne più di trenta. Immobili, teste alte volte verso di noi, ci studiavano. Erano i cavalli del Pietralata e noi eravamo gli intrusi della notte. In quel punto del pendio non tirava un soffio di vento, l’aria era fresca e c’era un silenzio di piombo. Un cavallo si staccò dalla mandria ed iniziò ad avanzare nella nostra direzione, di fianco al pendio, seguito a pochi metri da altri quattro esemplari. La piccola delegazione si stava avvicinando, guardinga, mentre noi ci si interrogava, muti, battito cardiaco a duecento e affanno che saliva in gola. Non avevamo previsto l’incontro e non eravamo pronti a questo. La notte era oramai scesa.

Troia stava dormendo. Malgrado che Laocoonte e Cassandra si fossero opposti, il cavallo fu portato su un carro dentro le mura, ed ora stava lì, immobile, sotto le stelle, a covar la vittoria. Nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo quella notte, nessuno poteva sospettare che quell’enorme cavallo, costruito dagli Achei e abbandonato sulla spiaggia per fingere la ritirata, avrebbe dalla pancia partorito da lì a poco tanta distruzione e morte.

Nulla è più sconvolgente di un sonno profondo interrotto di soprassalto dalle grida strazianti di un corpo che brucia. Il vecchio Priamo aprì gli occhi di scatto e vide Troia illuminata a giorno con fiamme altissime che sorgevano dal palazzo e dalle case. Ci mise un po’ a capacitarsi che non si trattasse di un sogno. Com’era possibile che gli dei avessero scatenato tanto inferno? In verità gli dei non c’entravano nulla, ciò che Priamo stava osservando era opera di Ulisse. Fu lui, il più astuto di tutti i condottieri che la storia avrebbe mai ricordato, ad escogitare lo stratagemma per colpire Troia al cuore, celando i più valorosi guerrieri Achei nel ventre del cavallo. Troia ora bruciava nella confusione più totale, tra strilla laceranti di donne e la rabbia soffocata dei suoi eroi sconfitti nel sonno. Al vecchio Priamo fece più male la beffa di Ulisse che non tutte le fiamme che avvolsero Troia, né il sapore del sangue che riempì la sua bocca quando, colpito a morte, baciò per l’ultima volta Ecabe, la più amata tra le mogli, madre di Ettore e madre di Paride.

Elena avanzò lentamente di qualche passo, poi si fermò. Il cavallo si arrestò e con lui si arrestarono gli altri, a una decina di metri da noi. Le sagome ora erano ben distinte, la stazza impressionante. Nuovamente, il primo, forse lo stallone capobranco, riprese ad avanzare e finalmente arrivò ad un passo da Elena che se ne stava immobile. I due si studiarono un attimo, poi Elena sussurrò qualcosa, disse parole che a noi suonarono come un canto, e il cavallo allungò il suo collo fino a sfiorarla, toccandole il petto con il muso. Era poderoso, aveva una folta criniera dorata, più chiara del suo manto scuro e, malgrado il buio, si percepivano bene i suoi tratti maestosi, gli occhi e la stella bianca sulla fronte. Elena rispose al contatto con una carezza. Gli altri cavalli allora si avvicinarono, curiosi, sbuffando rumorosamente dalle narici, e ci costrinsero a rompere la fila, facendoci spostare, spingendoci leggermente con il muso. Cercavano il nostro contatto e noi, con gesti lenti e ponderati prendemmo ad accarezzarli. Erano docili. Poi, senza preavviso, così come erano arrivati, i cinque cavalli si allontanarono sparendo nel buio, lasciandoci addosso una intensa emozione.

Pochi attimi dopo, ci giunse il possente nitrito del capobranco e dalla parte opposta altri nitriti rispondere. Come una bufera improvvisa o, meglio, come un terremoto che cresce e cresce di intensità, la terra cominciò a tremare sotto i nostri piedi per le folate dei trenta cavalli che correvano al galoppo verso di noi.

“Non temete” disse Elena. Poi aggiunse “Seguitemi” e si avviò con passo sicuro nella notte, come chi va fiero incontro al destino. Noi la seguimmo in fila, senza fiatare, gli occhi sgranati per non perderla di vista, le orecchie tese per percepire ogni minimo fruscio. Il sentiero era invisibile e non ritrovavamo più i riferimenti che avevamo fissato qualche ora prima con la luce del giorno. Con il buio lo scenario era cambiato, nulla più era riconoscibile. Unico appiglio era lei, che stava in testa e seguitava, in silenzio, a fendere la notte con passo regolare.

I cavalli ci sfiorarono, sentimmo la forza della loro corsa sfrenata e del loro ansimare, percepimmo l’odore del selvatico e la potenza dei loro corpi lanciati nel vento. Fummo invasi da un’esaltante sensazione di libertà e di stordimento. Non riuscimmo per un pezzo a pensare ad altro che a quella corsa, rotonda, armoniosa, cadenzata come il ritmo del battere dei tamburi di un reggimento che si dispone in fila, pronto alla carica.

Avemmo anche la sensazione che Elena fosse a sua volta una poderosa giumenta e che nella sua fiera femminea bellezza avesse attratto i maschi del branco.

Giulio, il regista, non riusciva a capacitarsi. Non immaginava che potesse esistere così tanta potenza e bellezza in natura. In fondo, il buio, il percorso, l’imponderabile forza degli elementi ed i cavalli, erano proprio gli ingredienti della spedizione di Robert Scott all’inizio del secolo scorso. Ed ora nulla di più fortuito avrebbe potuto rendere così vera quella performance teatrale dedicata proprio a Scott.

Giulio aveva preparato tutto con così tanta minuzia, studiando ogni minimo particolare, aveva passato e ripassato nella mente ogni attimo, aveva imparato e ricordava a memoria ogni passo e ogni sasso, ogni parola, le pause, i silenzi, sapeva i versi delle civette e conosceva l’odore del selvatico, sapeva le stelle del cielo e tutti i venti dei mari che aveva navigato. Tutto era sotto controllo. Nulla avrebbe potuto sconvolgere i suoi piani. Ma i cavalli sì. Il buio totale pure. Senza saperlo, si stavano ripresentando a Giulio, uno dopo l’altro, tutti gli errori di Scott.

Incontrando i cavalli della notte, Giulio sentì la scarica di adrenalina lungo la schiena salirgli fin su al cervello. Forse fu questo a spiazzarlo e a fargli perdere l’orientamento, perché quella notte Giulio si smarrì. Lui che aveva studiato tutto così bene, che aveva ripetuto mille volte ogni passo nella sua testa, lui che leggeva le mappe dei cieli e dei mari, che conosceva la rosa dei venti, quella volta proprio lui si smarrì. E a nulla valse l’errare su e giù, in lungo e in largo per ritrovare il sentiero, a nulla valsero i suggerimenti delle civette, né le carte e i tracciati delle stelle, come a nulla valse tutta la sua rabbia in corpo per essersi smarrito, proprio come un bambino che si perde nel buio.

Solo Elena riuscì a placare la tempesta che lo scuoteva, ad alleviare il bruciore che lo consumava dentro, che era orgoglio ferito e null’altro. Che lezione quella notte! Un vortice di sensazioni contrastanti che ora, un po’ alla volta, bisognava rimettere in ordine, una dopo l’altra, con calma.

Col tempo capimmo la straordinarietà di quella avventura e la singolarità di quella performance in quel luogo così affascinante, selvaggio e misterioso. Eppure, ciò che avevamo percorso non era neppure l’anticamera di ciò che aveva vissuto Scott, nella sua spedizione senza ritorno, benché nulla in verità sapessimo della morte, se non quanto fosse vera la possibilità che la vita potesse esplodere quando meno te lo aspettavi.

Per quanto mi riguarda, non posso dimenticare il galoppo possente e armonioso di quei cavalli nella notte. Sono tornato lassù e li ho scorti di nuovo in lontananza, sul crinale, galoppare liberi e alteri. Mi è sembrato che in groppa allo stallone di testa, aggrappata alla criniera, vestita di veli, ci fosse Elena che fendeva il vento senza voltarsi.

Ancora oggi, dopo tanto tempo, quando tutto tace, odo il canto della sua voce nella notte.

 

NOTA: I fatti riportati si riferiscono alla performance teatrale “29 Marzo 1912” Accidente Glorioso 4, un progetto di Rosabella Teatro, con Elena Cucci e Giulio Stasi, svoltasi il 20 e 21 settembre 2014 sul Monte Pietralata, nella Riserva Statale Naturale Gola del Furlo (PU), nell’ambito della XI edizione di Hangartfest festival della scena indipendente

ESSERE CONTEMPORANEI OGGI

Che cosa significa essere contemporanei? L’arte che oggi è prodotta può essere considerata tutta contemporanea? Probabilmente sì, purché risponda ad una visione del mondo così come noi lo viviamo oggi. Al di là delle classificazioni e dei codici a cui fare riferimento, credo che l’arte possa essere considerata contemporanea se è capace di interpretare l’attualità dei nostri tempi, le urgenze della nostra vita, le nostre proiezioni e il nostro immaginario. Ovvero lo è se noi, individui e masse, siamo in grado di leggere nella specifica opera segni e tematiche nei quali ci ritroviamo e ci riconosciamo, segni appartenenti alla nostra sfera emozionale, intellettuale e culturale. Di conseguenza, anche un’opera realizzata in epoca passata può essere considerata contemporanea se racchiude tali caratteristiche, che sono individuabili soprattutto sul piano dei contenuti, del concetto e della bellezza intrinseca, più che sul piano dell’estetica. In altre parole, può essere contemporanea se non è “datata”.

Un’opera d’arte, sia che appartenga alle arti visive, letterarie, musicali o all’architettura, ha ovviamente una sua connotazione temporale e in genere risponde a determinati canoni che ne stabiliscono lo stile e che la collocano in determinati filoni o correnti. Ma dovrebbe essere il tempo ad occuparsene e a decretarne la sua collocazione. Invece sembra che a stabilire l’adesione o meno a determinati canoni, sia spesso più un’esigenza della critica che dell’autore dell’opera o del fruitore. Il critico, e un certo tipo di pubblico critico-dipendente, si trova in difficoltà se non riesce a collocare subito un’opera in determinati comparti, se non riesce a catalogare tale artista in tal filone piuttosto che in tal altro. La gran parte del pubblico, invece, non ha questa esigenza e se ne infischia delle etichette. Il pubblico è molto più sereno e libero nella sua posizione di fruitore, fuori dagli schemi imposti. Certo, forse non ha tutti gli strumenti per esprimere in modo critico ciò che vede, ma sa quando una cosa gli piace o non gli piace: se arriva diritta al cuore non ha bisogno di rifarsi ad alcun clichè prestabilito per dire che lo spettacolo gli è piaciuto o per aderire al progetto dell’artista.

Nelle arti sceniche contemporanee, succede con una certa frequenza che ciò che viene messo in scena non è recepito dal pubblico. Credo che nella maggior parte dei casi ciò avvenga per responsabilità dell’artista, troppo spesso chiuso su se stesso, non sempre interessato al rapporto con la platea, ed anche poco sensibile agli aspetti della comunicazione. Capita che l’artista sia preso dalla sua sperimentazione e dall’urgenza di portare in scena ciò che non è compiuto e forse neppure chiaro a se stesso. Ci sono invece lavori che hanno bisogno di un lungo processo di gestazione: più i concetti sono astrusi e più ci vuole tempo per arrivare ad una sintesi leggibile e ad una struttura che funzioni sul piano teatrale.

Nella danza esiste una pratica molto utile che è lo sharing: la condivisione, con un ristrettissimo pubblico, di un lavoro iniziato e non finito, ancora in fase di costruzione. In tal caso l’autore presenta il lavoro allo stato dei fatti, dichiaratamente in forma incompiuta, e si rimette al giudizio – anzi ai consigli – del pubblico, che è informato e accetta la parte. E’ una pratica intelligente che denota umiltà e maturità dell’artista. Funziona così: ho un’idea in testa, inizio un lavoro, arrivo ad un certo punto della realizzazione, mi fermo, guardo ciò che ho fatto e mi dico che per capire meglio che cosa ho fatto e per andare avanti, ho bisogno di guardarlo con altri occhi, ed ecco che chiedo aiuto al pubblico, organizzo una rappresentazione a porte chiuse invitando un numero ristretto di persone ad assistervi, avviso che si tratta di uno studio, di un pezzo ancora in fase di lavorazione, chiedo quindi ai convenuti di dirmi con molta franchezza che cosa ne pensano, che cosa hanno percepito, quali sono state le loro emozioni, che cosa avrebbero fatto al posto mio, quali sono, a parer loro, i punti deboli del lavoro presentato, eccetera. Questo è lo sharing e non è una pratica utile solo all’artista, che ovviamente deve essere disposto a mettersi in gioco e aperto al confronto, ma utile anche allo spettatore, al quale viene offerta una grande opportunità: quella di poter condividere i propri pensieri e sentimenti con l’artista, di esprimere impressioni a caldo su un lavoro creativo grezzo. In qualche modo, il suo contributo inciderà sulla stesura finale e aiuterà l’artista a levigare il pezzo per farlo diventare opera d’arte.

Forse, essere contemporanei è innanzitutto un’attitudine, è qualcosa che non ha propriamente una forma, un volume, una dimensione misurabile, e neppure un vestito che si indossa, ma è qualcosa che si ha dentro e che ci rapporta al vivere, alla società e all’individualità, alla natura che ci circonda, alla vita, nella sua complessità, con le sue contraddizioni e il suo disincanto. Alla vita che a volte è capace anche di farci immaginare un mondo diverso, un mondo che non conosciamo, ma che continua ad ispirarci.

(foto di Jean-Claude Asquié)

LA FORZA DEL SORRISO

Arrivò che era bambina, forse aveva 8 anni. Mi colpirono due cose di lei, il fatto che fosse sempre sorridente e che, entrando ed uscendo, salutasse. Non è scontato, credetemi. Eppure, il buongiorno e il buonasera fanno parte dell’educazione basic, che vuole che saluti quando entri in casa di qualcuno. In certi posti ci si toglie le scarpe. In altri ci si copre il capo, o lo si scopre, a seconda delle usanze. Non entri in una chiesa mostrando l’ombelico o la generosità del seno sotto un’audace scollatura, non importa che si tratti di una chiesa, di una moschea o di una sinagoga. Ad impedirtelo è la sacralità del luogo, il rispetto per ciò che esso rappresenta, che nulla ha a che vedere con il tuo personale senso religioso. Ad impedirtelo è il rispetto per le persone che vi si trovano e per le quali quel posto ha un significato. In ospedale parli sottovoce per non disturbare chi riposa, ed ovunque tu sia, al bar, al ristorante, a teatro o in coda all’ufficio postale, adegui il tuo comportamento alla situazione. Ovunque tu vada, la capacità di osservare dove sei, di capire in che luogo ti trovi, che gente hai intorno, la capacità di stare alle regole del contesto che ti ospita, fa parte del vivere civile. A volte ti previene da spiacevoli situazioni o addirittura ti salva la vita.

Da tanti anni, dalla mia postazione, vedo entrare ed uscire gente di ogni genere e di ogni età, chi per una cosa, chi per un’altra, e sono in molti quelli che non hanno idea di che cosa sia la creanza: entrano ed escono senza salutare, senza rivolgerti uno sguardo tirano diritto, come se fossero a casa propria, salvo poi farsi avanti per una lamentela, per un appunto, quando qualcosa non funziona. E parlo di persone adulte. I giovani, ragazzi ed adolescenti, sono molto più attenti, e questo è un buon segno.

Lei salutava sempre, ogni volta che entrava e che usciva. Lo faceva con un sorriso e la cosa ti predisponeva bene. Non c’è nulla di più efficace di un sorriso per comunicare con le persone. Il sorriso è la prima cosa che ti accoglie quando arrivi al mondo, per dire che sei il benvenuto.

E lo ha mantenuto, negli anni, crescendo, quel sorriso. Ancora oggi, che sono passati venti anni, con lo stesso sorriso ti dice che è contenta di tornare, dopo Londra, dopo Oslo, dopo New York, dopo Amsterdam. Con lo stesso sorriso ti dice anche che è ora di ripartire verso altre mete lontane, e che ritornerà prima o poi. Ti parla sempre di progetti e di scoperte, di posti affascinanti dove andare e di persone che l’aspettano, ti dice che nessun posto è davvero lontano, che in ogni luogo si sente come a casa sua, perché ovunque c’è qualcosa da costruire e a farti star bene sono le persone che incontri e con le quali condividi la quotidianità.

L’approccio è giusto, è quello di chi sa osservare e capisce, di chi sa come relazionarsi con gli altri. Quello di chi cerca e agisce, che trasforma i pensieri in azioni, che alimenta con i fatti le speranze e che alla fine trova soluzioni, tante vie di uscita. E ti chiedi, ma come fa? E dici: con l’ottimismo e la positività di chi ha il sorriso dentro. Con la forza di chi ha un grande cuore. E’ proprio così, i fatti confermano la tesi, i progetti si moltiplicano, il puzzle prende forma, i tasselli riempiono sempre di più il grande mosaico. Tu la guardi andare e tornare, mentre passano gli anni e allora capisci che bella è la vita a chi alla vita sorride. Questa è Masako.

LEMS, UN LABORATORIO MUSICALE PER VIAGGIARE NELLO SPAZIO

Qualcuno ha visitato la NASA. Io ho visitato SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Control Engine), la sala ambisonica del LEMS, il Laboratorio Sperimentale di Musica Elettronica del Conservatorio Rossini di Pesaro. Il Dipartimento di musica elettronica è diretto dal maestro Eugenio Giordani, che mi ha accolto e fatto visitare questa meraviglia di tecnologia, dal punto di vista della produzione e riproduzione del suono. Un’esperienza assolutamente unica, che consiglio a tutti di fare, almeno una volta nella vita.

E’ come andare su una navicella spaziale: si chiudono gli occhi e il viaggio comincia. Un mondo di suoni naturali e sintetici ti fanno rallentare il polso fino quasi a fermarlo, per poi far balzare il battito in avanti, con uno strattone, e farlo impennare a velocità supersonica tra paesaggi reali e immaginari. Ma chi c’è mai stato nello spazio? Chi ha mai fatto un biglietto di andata e ritorno per Marte o per Giove? Nessuno. Eppure, là dentro vai dove vuoi, o meglio vai dove ti conducono i suoni. Vai e poi torni. Puoi starci per ore e, letteralmente avviluppato da sonorità mai sentite, diffuse da ventidue casse acustiche di una fedeltà impressionante, che sono disposte in una geometria esatta come lo è solo la scienza, il tempo perde la sua dimensione e diventa un concetto astratto che non ti tange. Anche lo spazio perde ogni connotazione: la piccola stanza non ha più pareti, né soffitto e né pavimento. Potrebbe dare le vertigini, a chi ha paura del volo.

Pare che la sala sia un punto di eccellenza in Italia per la ricerca e per lo studio di frequenze che, tradotte in complessi logaritmi, producono la tridimensionalità del suono. Cose di alta ingegneria elettronica. L’aspetto tecnico è affascinante e perfino semplice, quando te lo spiega Giordani, che di base è musicista, professore di piano e concertista jazz. Non ho mai avuto molta confidenza con i numeri, ma è proprio vero che se incontri la persona giusta, perfino una materia ostica comincia a piacerti.

Nei prossimi giorni, dentro SPACE, nel contesto di Hangartfest, si tenterà un esperimento: quello di passare dal suono 3D alla quadridimensionalità. Sarà come un trapasso da una dimensione conosciuta e controllata ad un’altra dimensione più ampia, sconosciuta, non codificata. Questo avverrà – si spera – aggiungendo al suono un altro elemento: il movimento generato dal corpo (umano), che a sua volta è portatore di perfezione e di bellezza. Ma non si tratterà di mettere semplicemente insieme suono e movimento, e neppure si tratterà di una visione vera e propria, come fa abitualmente lo spettatore, quanto più di una percezione multisensoriale che trascende il rapporto spazio-tempo. Sulla partitura di Anthony Di Furia, una danzatrice – a turno Michela Rosa, Elda Gallo e Kathleen Delaney – diventerà suono e il suono diventerà movimento. Una sorta di fusione.

Per l’occasione, sarà concesso ad un ristrettissimo numero di spettatori il privilegio di assistere all’esperimento trascendentale per farsi testimoni, ognuno a modo suo, del viaggio compiuto e del trapasso, semmai ci sarà stato.

PRIMA TANTE BELLE SFUMATURE DI GRIGIO, POI IL BUIO

Fino a quel momento era tutto andato bene. Un lavoro molto curato, intimistico, impeccabile sul piano estetico. Non che fosse solare, anzi, ricordo il grigio della scena, grigi i muri, grigie le luci, grigio il costume, grigia, forse, anche la colonna sonora. Ma era un lavoro che non lasciava indifferenti, che toccava la sfera alta dei sensi, come lo sa fare anche il Butoh, con una sua linea stilistica precisa, essenziale e altera, coerente dall’inizio alla fine. Venti minuti di alta tensione. Ero uno spettatore appagato, avevo dentro un sentimento di piacevole sospensione.

Poi gli applausi, meritati, lei molto brava, conosciuta, un trascorso davvero invidiabile e molti anni in quel di Firenze, una garanzia. Ero andato a teatro incuriosito ed era valsa la pena, fino a quel momento.

Poi si accesero le luci, l’organizzatore della serata chiese attenzione al pubblico ed invitò l’artista a tornare in scena, portarono due sedie e un microfono. Le fu chiesto di parlare del lavoro che aveva appena mostrato e quali fossero state le fonti della sua ricerca.

L’artista sorrise e fingendo sorpresa, prese fiato ed iniziò a parlare. Parlò, parlò e parlò ininterrottamente per 20 minuti con un linguaggio così forbito, ricco di citazioni, colti rimandi e incisi, che mi sentii mancare. Più parlava e più le immagini che mi ero costruito durante la performance pian piano svanivano. Stavo perdendo quota e dallo stato di sospensione in cui mi trovavo stavo scivolando pian piano verso il basso, sotto la poltrona. Oramai, sentivo così tanta frustrazione in corpo che riuscivo a fatica a respirare.

L’artista anche, finalmente, prese fiato. Ma dal pubblico una ragazza dall’aria saputella ebbe la pessima idea di rivolgerle una domanda. Un altro fiume di parole invase la platea inchiodandoci tutti per altri venti minuti. Non era possibile uscire da quella situazione kafkiana, il pubblico era rinchiuso e costretto a star seduto: l’unica uscita si trovava di fianco al boccascena e quindi troppo evidente per non farsi notare dall’organizzatore, che conoscevo e che l’avrebbe presa male. Ma se qualcuno avesse osato fare un’altra domanda, giuro che l’avrei preso a morsi dalla rabbia.

Non so se quelli erano i patti tra artista e organizzatore, cioè tirare i discorsi per le lunghe per fare serata, per giustificare il costo del biglietto, ma per quanto mi riguarda, ho trascorso sessanta minuti di sofferenza in quell’incredibile successione di eventi: la piacevolezza della performance che avevo visto, nei primi 20 minuti, lo smembramento di tutto il castello che mi ero costruito nei successivi 20 minuti e, infine, il sequestro di persona negli ultimi 20 minuti.

Me ne tornai a casa col mal di testa e tanta rabbia in corpo, per la violenza subìta come spettatore da parte di una coreografa che supponeva di poter spiegare a parole ciò che non era riuscita a comunicare col corpo. Grave errore. Se fossi uscito subito da quel teatro, sarei tornato a casa con la gradevole sensazione di aver assistito ad una bella performance e avrei ricordato l’artista con altrettanta gradevolezza. Invece ne sono uscito frustrato e di pessimo umore. Mi era stata tolta la libertà di vedere le cose a modo mio, di immaginare e dare la mia soggettiva interpretazione. L’incanto del teatro si era spezzato, interrotta la magia che avviene nello spettatore quando proietta se stesso in palcoscenico.

Quando si porta in scena un lavoro, questo non appartiene più esclusivamente al suo autore, ma al pubblico. Nel teatro il vero artista ha l’umiltà di donare la sua opera agli spettatori lasciando a questi la libertà di recepirlo, ognuno a modo suo, seguendo la propria sensibilità. Solo così le grandi opere diventano universali.

OTTOMILA CHILOMETRI DI CONOSCENZA CON LA DANZA

Ho conosciuto Tommaso Monza grazie ad Andrea Baldassarri e ho conosciuto Andrea grazie ad una lettera che mi aveva inviato alcuni mesi prima. Una lettera cordiale, nella quale parlava di sé, del suo lavoro di danzatore e di attore. Non era proprio un ragazzo, lo capivo dalla foto, e quando poi ebbi modo di incontrarlo mi fu chiaro che avevo a che fare con un uomo. Oggi non sai più qual è l’età in cui avviene il passaggio, si dà del ragazzo a tutti, mentre ai miei tempi i ragazzi erano quelli coi calzoni corti. Prima si diventava uomini a 20 anni, ed era un traguardo ambito. Oggi il passaggio all’età adulta è sempre più posticipato, per convenzione si arriva a 35 anni, e c’è chi parla di 40. Tra qualche decennio forse aboliremo l’età adulta e passeremo dalla gioventù direttamente alla vecchiaia, un po’ come già avviene con le stagioni: quelle di mezzo non ci sono più.

Tornando ad Andrea, mi piacque il suo modo di porsi, con sguardo franco e modi garbati. Parlammo di possibili laboratori, di spettacoli e di progetti itineranti, lui mi parlò di viaggi e accennò al Kazakistan. Lì per lì non diedi importanza al Paese che aveva nominato, troppo lontano e dimenticato da Dio (ma non evidentemente dagli uomini che ne conoscono bene la morfologia del territorio e i giacimenti che vi si nascondono).

Poi passarono un paio di mesi e Andrea tornò a trovarmi con Tommaso ed un gruppo di danzatori. Cercavano un posto dove fermarsi per qualche giorno, dove lavorare in santa pace per rimetter su un pezzo per Cividale. Li accolsi volentieri: c’è sempre posto per le belle persone. A volte si incontrano sbarbatelli un po’ arroganti, che si credono già arrivati e pensano che tutto gli sia dovuto. Chissà in nome di che cosa hanno così tanta supponenza. Forse è perché sono piccoli dentro, un po’ come il mio schnauzer nano, che è piccolo in tutti i sensi, ma si crede un gigante ed è un concentrato di energia distruttiva.

Con Andrea e Tommaso, le due chiacchiere che volevamo fare, sono diventate due ore di volo pindarico. Ho scoperto che il Kazakistan è per loro ciò che l’America era per me da adolescente: il sogno. Più li lasciavo parlare e più mi rendevo conto di quanto fossero folli nel loro progetto (ma la follia non è genialità nell’arte?), da realizzarsi in due mesi e da portarsi addosso per l’intera esistenza. Da qui al Kazakistan ci sono ottomila chilometri di asfalto e di deserto, due mesi a cavallo di un vecchio Ducato, una sfida di sopravvivenza, non certo un viaggio di piacere, nulla a che fare con il turismo o l’avventura da escursionismo. Semmai, una vera e propria spedizione, dove si affronta il viaggio con lo spirito dell’esploratore, del ricercatore scientifico, come succedeva in passato, quando non c’erano aerei e comodità. Ma perché partire? a quale scopo? che cosa può spingere oggi due artisti ad intraprendere un viaggio del genere, a percorrere strade insicure, regioni ostili, mille pericoli, mettendo a repentaglio la propria vita? per quale motivo lo farebbero dato che, ed è ovvio, non è né per i soldi e né è per sfruttare alcun giacimento? Semplice: per la conoscenza!

Per la conoscenza insaziabile di cui si nutre l’essere umano, una specie di belva che divora ogni cosa con la frenesia dei sensi e con il fervore del sentimento. Per incontrare altre persone con altre facce, altri sguardi, altre idee, per intrattenersi con loro parlando una lingua impossibile da capire, ed intendersi ugualmente. Quindi, il nulla, direbbe qualcuno. Ma non per Tommaso e Andrea, per i quali non c’è brama di conquista, ma di conoscenza: per scambiare pensieri attraverso il linguaggio dello sguardo e del corpo, forse per intraprendere una danza in cambio di una zuppa o di un letto per riposare. Sono artisti e solo arte possono dare in cambio di umanità. Lo scambio è alla pari, onesto. Ognuno porta a tavola ciò che ha ed il senso del vivere in pace è sedersi e mangiare insieme, condividendo il cibo alla stessa tavola.

CURANDI KATZ, L’ARTE CHE VA IN CIRCOLO CON LA VITA

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Ricevo un messaggio firmato Curandi Katz, una coppia di artisti italo americani. Chiedono un incontro. Stanno cercando una sala dove lavorare per preparare la loro prossima performance-installazione. Mi allegano dei materiali. Leggendo capisco che ho a che fare con persone speciali. Pare che la loro condizione di artista sia legata alla loro concezione di vita, e la loro vita legata agli accadimenti del mondo che li (ci) circonda, e il mondo legato al loro essere, che a sua volta è ciò che genera la loro condizione di artista, che non prescinde dalla coerenza con il loro esistere, il loro agire non violento e il loro pensare. Insomma, arte che va in circolo. Potrei sbagliarmi, penso, forse è solo un’impressione. Accetto di incontrarli.

Ed eccoci seduti, dopo i primi convenevoli, a chiacchierare di noi. O, meglio, di loro. Valentina è di una dolcezza unica: sguardo limpido come l’acqua, i lineamenti del suo viso e del suo corpo sono in perfetta armonia con la luce del giorno e con i fiori della sua camicetta. Parla senza fretta, dosando parole e respiri, con naturalezza sorprendente. Nathaniel ha un aspetto familiare, un po’ fuori dal tempo e non so perché, lo associo ai ricordi della mia infanzia, in Svizzera, ai boschi e ai prati verdi. Lui, cresciuto in Canada, dove boschi e prati verdi ce ne sono all’infinito, dev’essere uno di quelli che sa cosa sia la fatica del duro lavoro, ma anche la soddisfazione delle cose semplici: glielo riconosci dai solchi sul viso e da come sorride. Proprio due belle persone! E’ come se avessero il sole dentro di loro e arrivassero da un altro pianeta. Parlano e sorridono, si guardano di tanto in tanto, in segno di approvazione. Io li ascolto e dentro di me penso: qualsiasi cosa mi chiederanno sarà un sì. E così è stato. Certe cose le senti dentro e quando questo accade, è il cuore che parla.