LA BALLERINA COSMICA: TRA DANZA SOGNATA E VERA DANZA

LA BALLERINA COSMICA: TRA DANZA SOGNATA E VERA DANZA – Affascinante conversazione tenuta da Eugenia Casini Ropa nel contesto della XIII edizione di Hangartfest, festival di danza contemporanea.

Si può fare danza, ma si può anche parlare della danza che costruisce un legame con l’immaginazione e la creatività.

“La Ballerina Cosmica”, scritto da Linda Ferri, racconta la storia di Pepita che vuole diventare una ballerina diversa da quella tradizionale. Non vuole indossare le scarpette che le ingabbiano i piedi ma provare a danzare a piedi nudi nella natura. Non riuscendoci è triste e delusa, ma delle strane ”vocine” la aiutano e le mostrano come diventare una ballerina cosmica. La pioggia, il fuoco e gli alberi le insegnano come muoversi nel vento e balzare da una parte all’altra del paesaggio che la circonda. La natura non la respinge come accadeva all’inizio, ma diventa sua complice: “la pioggia le insegna a slanciarsi dritta e veloce e la sabbia a far giravolte.”

Il libro e la storia di Pepita sono stati il punto di partenza per una Conversazione sulla danza, presso la libreria “Le Foglie d’Oro”, tenuta da Eugenia Casini Ropa, che ha spiegato come la danza sia legata da sempre all’immagine classica delle scarpette e del tutù. Tra il XIX e XX secolo, però, gli studi sviluppati in ambito scientifico e filosofico sull’essere umano hanno riscoperto il legame profondo tra spirito e corpo. Il corpo è ritenuto come lo strumento grazie al quale si può dare espressione alle emozioni e sentimenti e per questo motivo i danzatori hanno cominciato a liberarsi dalle costrizioni e dalle regole imposte dal mondo classico, cercando invece di ritrovare un legame con la natura. I virtuosismi che fino a quel momento avevano contraddistinto la danza classica, ora  sono visti come mezzi che ingabbiano le potenzialità e la bellezza dei ballerini. La danza diventa quindi espressione poiché il danzatore attraverso questa ha la possibilità di buttare fuori ciò che sente dentro di sé. Durante il 900 un gran numero di ballerini e ballerine tra le quali Isadora Duncan e Martha Graham e molti altri sviluppano un nuovo modo di danzare proprio come Pepita. I ballerini quindi cercano di ricucire quel rapporto con la terra che nel mondo della danza classica era stato profondamente negato.

Un tipo di danza “cosmica”, come quella a cui Pepita aspira, quindi esiste: la danza contemporanea può essere definita come “cosmica” poiché si prefigura come l’espressione  dello spirito attraverso il corpo.

di Eliana Lamanna

(foto: 24 settembre 2016, Eugenia Casini Ropa alla Libreria Le Foglie d’Oro)

LA CHIESA DELLA ANNUNZIATA ACCOGLIE LE RESIDENZE ARTISTICHE DI ESSERE CREATIVO

LA CHIESA DELLA ANNUNZIATA ACCOGLIE LE RESIDENZE ARTISTICHE DI ESSERE CREATIVO

La città di Pesaro racchiude nel cuore del suo centro storico la Chiesa della Santissima Annunziata, patrimonio tra i più belli lasciati in eredità dai Mosca, influente famiglia della città.

Alle origini della Chiesa c’è la Confraternita dell’Annunziata, fondata a metà del XIV secolo dal Beato Cecco e dalla Beata Michelina Metelli allo scopo di costruire un luogo per offrire sepoltura ai poveri e curare gli indigenti.

Durante il XVII secolo la chiesa è sottoposta al primo restauro e, nel secolo successivo, l’abside accoglie l’ Annunciazione, opera realizzata dallo stuccatore bolognese Giuseppe Mazza.

Dopo la scomparsa della Confraternita la chiesa viene ceduta alla famiglia Mosca a cui si deve l’opera di arricchimento, con architetture illusionistiche dipinte nella cupola e le figure dei santi nelle finte nicchie. L’aspetto della chiesa è quello di una raffinata costruzione settecentesca.

Nel 1938, scomparso l’ultimo erede della famiglia Mosca, l’Annunziata ritorna alla Diocesi di Pesaro.

L’aspetto odierno della chiesa, oramai destinata ad eventi culturali, è il risultato del restauro compiuto negli anni duemila da Celio Francioni.

La Chiesa dell’Annunziata è utilizzata per la prima volta dal festival come spazio di residenza artistica: accoglie infatti il coreografo Pablo Andres Tapia Leyton selezionato per il progetto Essere Creativo, promosso da Hangartfest e da AMAT Associazione Marchigiana  Attività Teatrali.

La performance di Pablo Leyton, dal titolo Tipologia della resistenza,  andrà in scena alla Chiesa dell’Annunziata sabato 24 settembre, alle ore 22.00. La performance chiuderà la serata che un altro artista in residenza, Andrea Gallo Rosso, aprirà alle ore 21.00 alla Chiesa della Maddalena con la performance PosProduzione-DUO.

Ingresso: € 8 intero / € 6 ridotto (scuole di danza). Prenotazioni: AMAT 0712072439, Call Center Spettacolo delle Marche 0712133600.

di Eliana Lamanna

(foto: Chiesa dell’Annunziata)

CON HANGARTFEST LA CITTA’ DI PESARO TORNA AD ESSERE PALCOSCENICO DELLA DANZA CONTEMPORANEA

CON HANGARTFEST LA CITTA’ DI PESARO TORNA AD ESSERE PALCOSCENICO DELLA DANZA CONTEMPORANEA

Dopo un’estate ricca di eventi, arriva puntuale Hangartfest, festival di danza contemporanea, giunto alla XIII edizione.

Ad ospitare gli eventi, dal 16 settembre al 2 ottobre, saranno le chiese della Maddalena e dell’Annunziata, patrimoni culturali di rara bellezza, che per l’occasione si trasformeranno in affascinanti palcoscenici. Luoghi che, come afferma Antonio Cioffi, direttore del festival “danzatrici e danzatori riempiranno di altre storie con la scrittura drammatica dei loro corpi, luoghi che, sebbene da decenni sconsacrati, sono ancora carichi di quella sacralità che solo all’Arte, giacché non più alla Fede, è permesso entrarvi e prendervi posto”.

Il tema scelto per quest’anno è “Volare  Controvento” che se da una parte evidenzia la difficoltà nel promuovere l’arte, dall’altra ribadisce la coerenza nell’andare avanti comunque e il fatto che solo controvento ci si può alzare in volo!

Il programma prevede performance di Lara Russo, Danila Gambettola, Pablo Andres Tapia Leyton, Andrea Gallo Rosso, Francesca Pedullà, Marco Chenevier, oltre ad una conferenza tenuta dalla prof.ssa Eugenia Casini Ropa e a un workshop di improvvisazione e contact tenuto da Francesca Pedullà e Frey Faust.

Novità importanti anche per quanto riguarda il progetto Essere Creativo, promosso e realizzato in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali. Il progetto che fino alla scorsa edizione era una vetrina destinata a coreografi emergenti, si è trasformato in progetto di accoglienza e residenze creative destinate a coreografi professionisti. Ciò rinforza la vocazione di Pesaro a diventare casa degli artisti, come sottolineato alla conferenza stampa di presentazione del festival da Gilberto Santini, direttore di AMAT.

Altra iniziativa che il festival promuove già da qualche anno è Explorer, un progetto che vuole sensibilizzare i giovani spettatori alle arti performative. Curato da Stefania Zepponi, Explorer si articola in un programma di incontri, visioni di spettacoli, riflessioni e scrittura. E’ destinato in particolare ai giovani adolescenti e ha per obiettivo quello di stimolare la loro capacità di lettura critica dello spettacolo.

Anche l’assessore alla bellezza e alla vivacità del Comune di Pesaro, Daniele Vimini, intervenuto alla conferenza stampa, ha dichiarato che il festival è un avvenimento che contribuisce ad arricchire l’offerta culturale della città e, allo stesso tempo, che fa da cerniera con la stagione teatrale dedicata alla danza e alla prosa, quindi valorizza e si integra perfettamente con il sistema cultura del territorio.

di Eliana Lamanna

(foto: Lara Russo e Lucas Delfino)

PESARO, CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA: PALCOSCENICO DI HANGARTFEST

PESARO, CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA: PALCOSCENICO DI HANGARTFEST

A vederla oggi, spesso chiusa e ferita nel suo splendore quando a passarci davanti si notano chiare tracce di degrado (scritte sui marmi e sul portone principale, immondizie varie lasciate dai suoi avventori notturni), la Chiesa di Santa Maria Maddalena potrebbe sembrare un piccolo gioiello dimenticato dalla città. Invece, come in questi ultimi anni a settembre, diventa palcoscenico di Hangartfest, festival di danza contemporanea.

La chiesa rappresenta una delle tante meraviglie che si nasconde tra le stradine del centro storico della città pesarese.

Le origini della Maddalena sono antichissime ma la sua forma attuale risale al 1740, anno in cui l’architetto Luigi Vanvitelli firma il progetto di riedificazione che viene portato a termine dal suo allievo Antonio Rinaldi.

La pianta ha un disegno a croce greca e la cupola rappresenta un esempio di esperta originalità nella fusione dei quattro archi .

Al suo interno la chiesa conserva tre grandi pale: La Maddalena e le Marie al sepolcro sull’altare maggiore, Il riposo durante la fuga in Egitto e San Benedetto accoglie i Santi Mauro e Placido, realizzate dall’artista Giannandrea Lazzarini.

Nel 1861 la  Maddalena subisce la sconsacrazione e da quel momento viene utilizzata prima dalle istituzioni scolastiche e successivamente anche come caserma dei pompieri.

Dal 1994, ultimo restauro, la chiesa è diventata uno spazio aperto alle attività culturali e alle arti in generale, con manifestazioni di vario tipo tra cui concerti, conferenze, spettacoli e installazioni.

In questi ultimi anni, il Comune di Pesaro ha affidato ad  Ortopolis, network formato da operatori che spaziano dalle arti sceniche performative alle arti visive e all’educazione all’arte contemporanea, il compito di animare la chiesa.

Hangartfest, co-fondatore di Ortopolis, dallo scorso anno elegge lo storico monumento a palcoscenico della sua attività di spettacolo, che si rivolge a giovani danzatori e ad un pubblico di appassionati di danza che desiderano scoprire linguaggi inediti e innovativi.

di Eliana Lamanna

(foto: Chiesa della Maddalena, archivio Ortopolis_arti in rete)

ANDREA GALLO ROSSO: MEMORIA E CONFLITTO, IL CONCETTO DEL DIVERSO ATTRAVERSO LA DANZA

ANDREA GALLO ROSSO: MEMORIA E CONFLITTO, IL CONCETTO DEL DIVERSO ATTRAVERSO LA DANZA

In vista della XIII edizione di Hangartfest conosciamo meglio gli artisti ospiti. Andrea Gallo Rosso, selezionato per il progetto “Essere Creativo – Residency project” che si svolge in collaborazione con AMAT, sarà accolto in residenza alla Chiesa della Maddalena dal 19 al 24 settembre 2016. A fine residenza, il giorno 24 settembre, alle ore 21:00, all’interno della chiesa pesarese, presenterà al pubblico il suo lavoro PostProduzione/DUO. 

PostScena: Il tuo lavoro PostProduzione/DUO_temporary name è stato selezionato a Essere Creativo 2016 – Residency project. Raccontaci qualcosa in più su questo lavoro.

Andrea Gallo Rosso: Il lavoro è una tappa durante il percorso di creazione di un DUO femminile all’interno di un progetto/processo più grande che si chiama PostProduzione, in questo caso per me la ricerca è portata avanti grazie a laboratori con non danzatori. Le tematiche sulle quali mi interrogo sono Conflitto e Memoria, perché per me sono fondamentali per il momento storico nel quale viviamo, le sento urgenti. Il DUO non ha ancora un nome definitivo, ma per me è la visione femminile di questi temi, ed è anche la prima volta che mi metto alla prova solo come coreografo e non intervengo come danzatore. Ho potuto iniziare questa parte di progetto grazie alla vincita del bando Residenza Coreografiche Lavanderia a Vapore 3.0 di Piemonte dal Vivo. Nella sua complessità il progetto ha un primo TRIO di uomini, che è per me la visione maschile delle tematiche, sviluppato l’anno scorso grazie alla co-produzione del festival Oriente Occidente dove ha debuttato nell’agosto 2015. Le prime suggestioni e spunti di riflessione però partono nel 2014 grazie ad un’opera dell’artista visiva israeliana Michal Rovner e ad un laboratorio per danzatori che culminò in una performance al museo d’arte contemporanea Castello di Rivoli, qui si delineò il “ritmo comune” come elemento portante del trio e diventò per me l’affermazione di identità, che secondo me sta alla base del conflitto.

Proprio perché le tematiche sono vaste, attuali e di tutti, continuando nel processo di ricerca, è diventata molto forte la necessità di dialogare direttamente con la società nella quale vivo. Così passando dal TRIO al DUO mi sono chiesto come potessi confrontarmi su queste tematiche con “non danzatori” ed ho proposto due laboratori, uno con Over60 e uno con persone con problematiche fisiche e psichiche. Grazie alla collaborazione con Piemonte dal Vivo sono stati attivati alla Lavanderia a Vapore di Collegno, facendoli rientrare in un progetto più ampio che si chiama “Lavanderia per tutti” e che prevede molte altre attività sul territorio.

I due lavori, TRIO e DUO, rappresentano visione maschile e femmile dei temi ma il progetto per me terminerà con un QUINTETTO che possa raccogliere l’insieme, la visione della società. Per fare quest’ultimo passo spero di poter attivare un ultimo laboratorio con rifugiati politici e richiedenti asilo.

Il nome invece, PostProduzione, prende spunto dal testo del critico d’arte francese Nicolas Bourriaud “PostProduction come l’arte riprogramma il mondo” dove viene introdotto il termine usualmente legato all’ambiente dell’audiovisivo e del suono, nel campo della critica dell’arte. Nel libro l’arte contemporanea viene intesa come aver già detto tutto di sé e arriva a riutilizzare parti pre-esistenti per creare nuovi significati. Per me questo è quanto capita nella nostra società in forte trasformazione: all’interno della nostra cultura stiamo accogliendo e rielaborando altre culture, puntando ad arrivare a creare una nuova realtà che valorizzi tutte le sue parti.  Partire da quanto esiste per creare il nuovo, portare in una forma diversa le esperienze del mondo quotidiano, sono aspetti per me assonanti.

PostProduzione è stato creato grazie a due laboratori rivolti ai cittadini di Collegno, uno con Over60 e uno con un piccolo gruppo di Ex utenti dell’Ospedale Psichiatrico della città. Come ti sei trovato a lavorare con dei non-danzatori e cosa hai ricavato da questa esperienza?

AGR: Insegno da anni a persone sopra i 60 anni e in passato ho già insegnato a persone con disabilità. In questa occasione però ho focalizzato l’attenzione su un percorso lungo di laboratori che potessero avvicinare alla danza i gruppi, e avvicinare tra di loro i gruppi stessi dandomi oltretutto la base per la mia ricerca artistica.

I gruppi che hanno partecipato al laboratorio hanno un significato, le persone sopra i 60 in qualche modo rappresentano chi detiene la “memoria” della nostra società. Il territorio dove sono stati proposti i laboratori ha risposto con l’interessamento da parte di un piccolo gruppetto di persone con problematiche fisiche e psichiche. La Lavanderia a Vapore fa parte della struttura dell’ex Ospedale psichiatrico di Collegno, alcuni degli ospiti del RAF di Collegno che hanno partecipato al laboratorio hanno vissuto quel luogo anche nella sua vecchia veste. Per me hanno un forte legame simbolico con la memoria del luogo. Ma molto al di là di questo, rappresentano una parte della nostra società che soprattutto in passato era nascosta, volutamente non vista.

Tutti i partecipanti sono stati meravigliosi, nel loro essere disponibili e nell’affrontare le proprie personali problematiche/blocchi, ognuno chiaramente per come ha potuto. L’incontro tra i due gruppi è stato per me, e per loro, molto forte. Il percorso è stato lungo, 17 incontri, e verso la fine ho portato i due gruppi a dialogare. Questo ha la valenza dell’incontro con lo sconosciuto e per me ha dato la possibilità di affrontare il “conflitto” che questo genera.

Per i performer invece tutto il percorso è stato un grande allenamento sulla comunicazione, oltre che sul movimento. Come interpreta il movimento il corpo di una persona con diverse abilità motorie? Che siano dovute a difficoltà fisiche o all’età, poco importa. Il percorso è stato molto arricchente artisticamente e umanamente.

Infine c’è anche da dire che la mia sensazione personale è che ci sia uno scollamento tra danza e “mondo comune”, come se i due mondi non parlassero più delle stesse cose o ci fossero alfabeti diversi. Così sono partito dall’escamotage di fornire quello che la danza per me può offrire, cioè benessere fisico e apertura mentale, per innescare un dialogo “conoscitivo” o per ricostruire un dialogo. Ho avuto la fortuna di trovare un gruppo di partecipanti estremamente disponibili e interessati. Si è avviato uno scambio, dove per prima cosa ho accolto tutte le perplessità che i partecipanti avevano nei confronti della danza contemporanea, vista come qualcosa di distante, un mostro sacro un po’ sconosciuto. E’ stato un avvicinamento un riappropriarsi della danza da parte di persone “non addette ai lavori”, inoltre poterli attivare alla Lavanderia a Vapore che è la “casa” della danza piemontese, per me ha un significato grande.

Come sei riuscito a trasportare l’esperienza dei due laboratori all’interno della performance che vedremo a Pesaro?

AGR: I laboratori per me sono stati un mezzo per accendere un faro sulle tematiche che arrivano dalla società, dal mondo reale. La trasposizione artistica è mia chiaramente, ma ho cercato sinceramente di farmi permeare da questi laboratori e dal carico di vite che ho incontrato. I laboratori sono stati una fonte di dialogo continuo con i tutti partecipanti (ognuno per come ha potuto dialogare), e di messa in discussione di me stesso e dei danzatori coinvolti. Non è solo stato un laboratorio “fisico”, siamo andati a vedere spettacoli insieme, abbiamo parlato degli spettacoli visti e delle tematiche che io desidero toccare con questo lavoro. E’ stato emozionante incontrare delle vite così diverse, ognuno con la propria sfida, il proprio conflitto, la propria memoria. Tutto questo ho cercato di trasporlo in danza.

Le scelte musicali certamente sono state un grande punto di discussione. In generale tutti esprimevano perplessità sulla musica usata in alcuni spettacoli di danza contemporanea. Nella musica si nasconde per me il mezzo per poter accogliere alla visione di un lavoro anche chi non è preparato, e qui sicuramente sto cercato di portare ancora maggiore attenzione nella definizione della partitura musicale. Inoltre sto cercando di portare le loro voci all’interno del lavoro.

Dalle discussioni sono nuovi contenuti sempre collegati alle tematiche base. Come la cura, intesa come la cura verso la persona o anche subita, e quanto questo possa limitare la libertà personale e non solo del “curato”. I conflitti che questo genera intimamente. E poi alcune gestualità che mi sono arrivate e che poi ho portato in coreografia, sono semplicemente loro, in un modo che è difficile da esprimere.

Nel mio processo creativo mi rendo conto sempre più che arriva prima la struttura e poi si riempie con il tempo di vita e di vissuto, un misto di memorie personali e ispirazioni esterne. In questo caso non ho nessun dubbio nel dire che questi laboratori hanno influenzato tutto il processo creativo del DUO e rigenerato il TRIO.

Si ricollega al nome del progetto, c’è stata la PostProduzione di una struttura… a parer mio nei lavori è entrata la vita.

(Foto: Andrea Gallo Rosso)