ESSERE CREATIVO, CHIUDE LA XII EDIZIONE DI HANGARTFEST – BILANCIO DI UNO SPETTATORE CRITICO

di Elena Carletti

Anche quest’anno il Teatro Sperimentale di Pesaro ha ospitato Essere creativo, la vetrina europea dei coreografi emergenti, per la XII edizione dell’Hangartfest (www.hangartfest.it) e in collaborazione con AMAT, Sanafest, Highs & Lows Festival, Caressez le Potager, No Mans’ Island e CMS.

Le proposte vagliate da due commissioni di esperti e da una di spettatori non esperti rispecchiano anche geograficamente le nuove tendenze europee. Delle iniziali 135 candidature, provenienti da 26 paesi, sono 5 i lavori finalisti: Night / Day di Jordan Deschamps (FR); Nothing for body di Howool Baek (DE -KP); Ci sono cose che vorrei davvero dirti di Giovanni Leonarduzzi (IT); WWW di Simone Wierod (DE – DK) e Behind the body di Alex Kyriakoulis e Natasa Frantzi (EL-BE).

Esiste un filo rosso che unisce le performance, nonostante le evidenti differenze di linguaggio e impostazione: quel filo rosso è la presenza in scena di un corpo oltreumano e di una gestualità altra. I gesti consueti della quotidianità lasciano spazio a sperimentazioni che innestano sul corpo movimenti primordiali, metaforici o caricaturali.

Lo fa, in apertura, Jordan Deschamps con Night / Day, spettacolo dai toni leggeri che inscena la vita diurna e notturna di tre sorelle giapponesi alla ricerca del padre perduto. Deschamps sembra riproporre le vicende delle protagoniste di Occhi di gatto ricorrendo a un mescolamento, forse non troppo giustificato, dei linguaggi del teatro, della danza e dei cartoni. Qui il gesto danzato è quello caricaturale e iperbolico tipico di anime e manga, con tanto di urla e schiamazzi in un presunto – o presumibile – giapponese. Il risultato non convince del tutto, strappa però qualche sorriso.

Di ben altro tipo è la ricerca della giovane coreografa coreana Howool Baek che in Nothing for body riesce a creare spazio scenico esattamente sulla superficie del corpo danzante. L’effetto, strabiliante, è di assistere a una rivisitazione delle geometrie del gesto. Se il corpo è teatro ogni minimo muscolo gioca un ruolo nella narrazione di un potenziale di storie, lasciate aperte all’immaginazione creativa dello spettatore. Dita, metatarsi, falangi, muscoli, tendini si rendono autonomi e danno forma a un altrove cosmico: la materia del corpo fa reazione con l’antimateria del buio teatrale e sulle suggestioni sonore di microritmi fluidi e percussivi trasporta lo spettatore in uno spazio universale, senza tempo. Strabiliante e decisiva per la riuscita del pezzo, ci teniamo a sottolinearlo, anche la musica composta appositamente dall’austriaco Matthias Erian ( http://kunstharzlack.net/me/music/ ) per la coreografia della Baek.

Ugualmente convincente il lavoro di Giovanni Leonarduzzi, Ci sono cose che vorrei davvero dirti.  Come dire davvero ciò che si vuole realmente dire? Dove la lingua non arriva, si dà forma al gesto per spiegare un rapporto. I due danzatori in scena escono gradualmente dal silenzio e avvicinandosi generano urti, scosse, scontri fugaci di corpi in accostamenti d’animale. C’è quasi un fiutarsi, quasi un perlustrare. I rapporti instaurati sul palco diventano allora metaforici: persino l’abbraccio, unica espressione inequivocabilmente umana, subisce una deformazione, un’interferenza con gesti altri, disturbanti. La relazione narrata è quindi doppia, complessa: si sta nell’amore e nella lotta in un incontro-scontro che da due corpi spesso genera un unico organismo, abitato da un movimento simbiotico e condiviso. Leonarduzzi dimostra a pieno titolo, con questo pezzo, di saper dire e ben oltre la parola.

WWW di Simone Wierod ci trasporta dall’intimità tutta umana del lavoro di Leonarduzzi a una dimensione globalizzata di critica sociale. I due protagonisti, che sembrano appena usciti dai loro rispettivi uffici, vengono trascinati in un ballo convulso e compulsivo al ritmo di un collage di previsioni meteo frammentate. La musica viene così sostituita dall’informazione, il danzare da una serie di movimenti automatizzati e isterici. L’eccesso di informazioni vuote, che non comunicano niente, costringono i personaggi a prenderne parte come fossero marionette mosse da un potere che non sono in grado di controllare. Nei brevi intervalli tra una raffica di previsioni e l’altra i ballerini restano sul palco spersi, privati della loro funzione. Un invito, forse, a riappropriarsi dei propri tempi, dei propri spazi e dei propri umani gesti.

A chiudere la serata Behind the body di Alex Kyriakoulis e Natasa Frantzi. Si ritorna anche qui a parlare di un rapporto, questa volta più esplicitamente amoroso: un uomo e una donna si muovono sul suono dei loro stessi passi e dei propri sospiri. Tracciano la loro relazione prendendosi, respingendosi, interagendo. Il corpo in Behind the body si configura come limite, come forza opposta che dirotta e trattiene l’altro da sè. Qui si inscena l’altra faccia dell’amore: l’amante stesso è il corpo che sta “dietro al corpo”, una presenza che a volte si fa sostegno, ma a volte, e forse più spesso, peso.

HANGARTFEST GUARDA ALTROVE

Lo sguardo altrove è il titolo della XII edizione di Hangartfest. In verità, questo titolo racchiude uno dei caratteri cardine che accompagna il festival da sempre, fin dai suoi inizi nel 2004.

Lo sguardo altrove è lo sguardo che il festival volge verso un “altrove” geografico che va oltre i confini, diventando crocevia di sguardi altri. Come lo sono gli sguardi dei giovani artisti che animano il festival: lo dimostrano le 171 candidature ricevute da 26 Paesi stranieri per partecipare alla piattaforma Essere Creativo, vetrina per coreografi emergenti.

Ma è anche lo sguardo che il festival dirige ad un altrove culturale, che non è solo un fatto di accostamenti di lingue e costumi diversi, quanto di “pensieri” portatori di esperienze e vissuti diversi, con i quali impariamo a dialogare e a confrontarci ogni volta.

Il festival non percorre filoni commerciali, né propone programmi per masse indistinte di pubblico, ma si pone in un luogo che è “altrove” rispetto ai circuiti tradizionali e, per questo, stimola lo spettatore ad una visione e fruizione diversa dello spettacolo, offrendo un punto di vista altro.

E’ lo sguardo che si distoglie dal guardare comune e che punta altrove, attratto da prospettive meno evidenti, ma più intriganti e misteriose.

foto Howool Baek ph Jeong-a Ha

LE COMPAGNIE DI LEONARDO DIANA, MARTA BEVILACQUA E MICHELE DI STEFANO IN RESIDENZA A CIVITANOVA CASA DELLA DANZA

Spazi di creazione artistica e di programmazione di spettacolo che operano in uno stretto legame con la comunità di riferimento: questo racchiudono le “residenze artistiche” ospitate a Civitanova Marche su iniziativa di Comune, Teatri di Civitanova e AMAT. La città marchigiana conferma la sua vocazione di centro della danza aperta alla esperienze più innovative della scena. Archiviato da poco il festival internazionale, con un grande successo di pubblico e critica, Civitanova torna ad ospitare per tutto il mese di settembre progetti di residenze di allestimento ospitate nella città alta che vanno sotto il nome di Civitanova Casa della Danza. Grazie alla presenza dell’attrezzata foresteria Imperatrice Eugenia nelle immediate vicinanze del Teatro Annibal Caro, gli artisti trovano le condizioni ideali – in lunghi soggiorni di lavoro – in cui sviluppare le loro nuove creazioni.

In questi giorni e fino al 18 settembre Leonardo Diana e Marta Bevilacqua sono all’opera per l’allestimento di

Narciso_Io un lavoro che si interroga sugli aspetti della vanità e della centralità del sé al debutto a novembre al Teatro Cantiere Florida di Firenze e successivamente in scena a Civitanova Marche nell’ambito della stagione 2015/2016 che sarà presentata a breve. Leonardo Diana lavora dal 2003 come danzatore e, dal 2006, come coreografo con la Compagnia Versiliadanza diretta da Angela Torriani Evangelisti. Si forma con importanti coreografi quali, tra glòi altri, Simona Bucci, Eugenio Scigliano, Carolyn Carlson, Susanne Linke, Richard Haisma, Julien Hamilton, Micha Van Hoecke. Marta Bevilacqua, danzatrice e coreografa, forma e affina la sua passione per la danza contemporanea a Parigi e frequentando l’Accademia Isola Danza a Venezia diretta da Carolyn Carlson (2001). In questa occasione incontra i più importanti artisti della scena contemporanea internazionale.

Dal 21 al 25 settembre la città alta accoglie invece il gradito ritorno della compagnia di Michele Di Stefano, dopo l’esperienza estiva di Vita Nova progetto di formazione della Biennale di Venezia in collaborazione con AMAT e Civitanova Danza che ha condotto in scena sette bambini marchigiani sul prestigioso palcoscenico della Biennale Danza. Coreografo e performer di grande appeal, Di Stefano allestirà al Teatro Annibal Caro lo spettacolo Giuda per poi tornare a Civitanova con un progetto più ampio che lo coinvolgerà nella stagione invernale di danza 2015/16.

foto Marta Bevilacqua