DANZARE COME DIPINGERE

di ALESSANDRA ZANCHI

(seconda parte)
Cunningham, Cage e Raushenberg sperimentarono a lungo insieme i rispettivi linguaggi e anche il concetto di arte di Robert Raushenberg si sviluppa in parallelo a quello di Cage per la musica e di Cunningham per la danza. Sperimentando l’astrazione nei suoi White Paintings (1951-52) ottiene un azzeramento assimilabile al silenzio di Cage, che pure si ispira a questi dipinti quando crea 4’33”, brano per qualsiasi strumento da non suonare e stando immobili per quella durata.
Raushenberg, tuttavia, non appartiene a una corrente specifica. Benché identificato con la Pop Art, indaga altresì la pittura materica dell’informale europeo (Black paintings, 1952-53), la tradizione americana dell’action painting (Red Paintings, 1953-54), e soprattutto opere fatte con materiali trovati per strada o presenti in natura. Sono le Elemental Scultures del 1953, costituite da oggetti comuni che l’artista colloca direttamente a terra, e i Combines (1954-61), intesi come eventi sganciati da qualsiasi definizione univoca in cui fonde pittura e scultura, immagini e oggetti d’uso domestico, mobili e persino animali impagliati in scala reale, affermando la continuità tra lo spazio del dipinto e quello dell’osservatore. Siamo in pieno movimento New Dada, che in Germania prenderà il nome di “Fluxus” (1961), con molti artisti americani al seguito, nel comune intento di far sconfinare l’atto creativo nel flusso della vita quotidiana, in nome di un’arte totale. Marcel Duchamp docet sicché si ripropone l’estetica degli oggetti trovati (ready-made), ma si aggiunge quella più attuale degli elementi derivati dalla comunicazione di massa (fotografie, ritagli, manifesti). Oggetti, per altro, non più decontestualizzati in senso duchampiano, bensì intesi nella loro qualità oggettiva di rifiuti della civiltà consumistica, quindi usati, spesso indistruttibili eppure inquinanti.
Nelle opere Raushenberg valgono dunque le stesse regole non gerarchiche di Cunningham: qualsiasi materiale o oggetto assemblato vive nell’opera alla pari e, conservando la propria identità e il proprio vissuto quotidiano, fa si che la pittura si spinga nella tridimensionalità e nell’ambiente.
Condividendo l’idea che la vita quotidiana è piena di materiale inedito dove è possibile trovare oggetti per la pittura, suoni per la musica e movimenti per la danza, Cunningham, Raushenberg e Cage lavorano insieme a grandi capolavori.
Tra le coreografie d’esordio della Merce Cunningham Dance Company troviamo il loro eccezionale Minutiae (messo in scena a Brooklin nel 1954) con il primo Combine di oggetti e materiali diversi realizzato da Rauschenberg.
Come dichiarò lo stesso coreografo Minutiae presentava un modo tutto uovo di fare scenografia: “…with Minutiae a different idea about the addition of décor came in. I asked Robert Rauschenberg to make something for it. The dance was not finished. I did not tell him what to make, only that it could be something that was in the dance area, that we could move through it, around it, and with it if he so liked. He made an object and beautiful as it was, I knew it wouldn’t work, because it needed a pipe to hang on. He made a second one through which we walked, huddled, and climbed. It was like an object in nature.”*
Molto più astratto invece il capolavoro Summerspace (1958), con musica di Morton Feldmann, che mette in scena arte e danza puri, affidandosi al potere evocativo dei gesti, dei variopinti costumi unisex dei danzatori e della scenografia pittorica di Raushenberg.
In tempi più recenti Interscape (2000), con musica di Cage, si fonda invece su un collage di immagini che appaiono, si cristallizzano e si dissolvono. Sia nella danza, eseguita da un gran numero di ballerini e di duetti femminili, quasi fosse una sala da ballo, sia nella scenografia di Rauschenberg costituita da immagini confuse, fluttuanti, sovrapponibili: il Partenone, una testa di cavallo in armatura medievale, una capanna, un caseggiato, una papera, una freccia. Mentre gli uomini in verde brillante e le donne in costumi chiazzati si mostrano nelle più svariate composizioni coreografiche: ripetizioni, immagini speculari, canoni. E il tutto avviene in un tempo così dilatato e rallentato da incidere a lungo nella nostra coscienza il ciclo di vita di quelle immagini.
Queste coreografie, indubbiamente “colte”, si resero tollerabili ai tempi solo grazie all’atletismo e alla perfezione tecnica dei danzatori. Tuttavia Cunningham, sicuro della novità del suo messaggio e della sua tecnica, proseguiva imperterrito con Cage e Rauschenberg e naturalmente non solo con loro. Le scenografie firmate da Rauschenberg così come da Jasper Johns (dal 1954 al 1980) sono oggi pezzi da museo, ma collaborano nella più totale autonomia anche Andy Warhol, Frank Stella, Barnett Neumann e Robert Morris (persino Marcel Duchamp presta, nel ’68, il suo Grande vetro per la messa in scena di Walkaround Time).
Raushenberg, che nel 1964 a Parigi definisce la Merce Cunningham Dance Company come la sua tela più grande, resta indubbiamente il più legato a Cunningham. Tuttavia l’artista crea a sua volta una compagnia e da vita ad una serie di performance intese come estensioni delle sperimentazioni pittoriche. Celebre a tal proposito Pelican del 1963 dove due danzatori sui pattini a rotelle interagiscono con una ballerina classica che risulta molto lenta rispetto ai movimenti rapidi dei due partner, ma la situazione si inverte quando i movimenti dei due uomini vengono resi impacciati da un paracadute D’altra parte Cunningham, dagli anni sessanta in poi, realizza sempre più Events di una sola serata: un collage casuale di coreografie vecchie e nuove, con elementi sonori e visivi nati indipendentemente e spesso ambientate in gallerie d’arte, musei, luoghi all’aperto e teatri.
In conclusione, come notò lo stesso Cage, la combinazione di scene e luci, movimenti e musica, intese come sintassi linguistiche che si intrecciano, può essere variamente interpretata da ognuno in base alle proprie associazioni emotive, psicologiche, intellettuali.
Se danzare è come dipingere, e viceversa, allo spettatore il piacere e il gusto di “mettere insieme” gli elementi di una polisemica, multisensoriale, e spesso unica e irripetibile creazione. Sembrano cose di oggi…
*David Vaughan, Merce Cunningham and the Visual Arts, “ballet – dance magazine”, March 2004, ballet-dance.com

I MAESTRI CHE HANNO FATTO LA STORIA, DANZARE COME DIPINGERE

di ALESSANDRA ZANCHI

(prima parte)

Cosa hanno in comune gli americani Milton Ernst Rauschenberg, alias Robert Rauschenberg, tra i padri spirituali della Pop Art, e Merce Cunningham, fondatore della Merce Cunningham Dance Company (1953), le cui coreografie sono note in tutto il mondo?
Scomparsi da pochi anni, i due maestri hanno fatto storia lasciando un’eredità, non solo estremamente attuale, ma ancora ricca di stimoli e di esempi per i talenti di oggi.
Nati rispettivamente nel 1925 e nel 1919, si incontrano nel 1952 al Black Mountain College, scuola del North Carolina che durante la seconda guerra mondiale ha accolto molti professori del Bauhaus tedesco. Ed è proprio nello sviluppo dell’interdisciplinarità tra le arti, già professata, praticata e auspicata dal Bauhaus e dalle Avanguardie europee di inizio secolo, che maturano nuove esperienze di contaminazione tra i linguaggi della pittura (e scultura), della musica, della poesia e dell’arte coreutica.
Amico di Cunningham si trova al Black Mountain anche una terza figura chiave: il californiano John Cage (1912-1992), compositore allievo di Schönberg, che si diletta a sperimentare le possibili correlazioni strutturali tra musica e danza, coinvolgendo nelle sue creazioni anche gli amici pittori. Riunendo per esempio in un solo evento, recitazioni poetiche, musica, conferenze, dipinti di Rauschenberg e coreografie di Cunningham, crea il primo Happening multimediale della storia: Theatre Piece # 1 (1952). La contaminazione tra le diverse forme artistiche avviene in modo indipendente. Ed è questa la novità. Nessuna espressione è funzionale all’altra – differentemente dalle esperienze d’Avanguardia – perché coreografo, musicista e pittore lavorano autonomamente, senza influenzarsi, per ritrovarsi in scena unificati solo dal fatto di apparire nello stesso luogo, per un determinato tempo, ovvero nell’ambito dello spettacolo inteso come un vero e proprio Event. L’autonomia dei percorsi è totale e le coreografie di Cunningham vengono insegnate ai danzatori senza musica, aggiunta solo nelle ultime prove, così come la scenografia. Ma è anche ovvio che le innovazioni reciproche procedano in parallelo, per una comunione di intenti e di assunti filosofici.
Già Bertoll Brecht aveva teorizzato l’autonomia delle componenti del teatro – in particolare dell’opera lirica – evitando qualsiasi empatia con i personaggi e presentando azioni irrealistiche che sviluppassero nello spettatore un senso critico sulla situazione sociale e politica. Differentemente dalla lezione della Graham, capostipite della Modern Dance, anche Cunningham e Cage vogliono evitare qualsiasi implicazione psicologica e pathos ma, nel loro caso, anche qualsivoglia implicazione di tipo politico, concentrandosi invece sulle innovazioni del linguaggio.
Se Cage elimina le distinzioni tra suono, rumore e silenzio nelle sue partiture, Cunningham mantiene elementi e variazioni del linguaggio classico, ma solo come vocabolario, alla pari di qualsiasi altro tipo di movimento, dal più semplice al più complesso, gesti quotidiani e immobilità inclusi (i corrispettivi del rumore e del silenzio in Cage), perché tutto, davvero tutto, può essere danza (o musica). Considerando inoltre suoni e movimenti come espressivi in sé, entrambi scelgono di affidarsi all’intervento del caso, per emanciparsi da qualsiasi intenzione, racconto ed emozione ad essi collegati.
Cage prova nuovi tipi di strumenti, soprattutto percussioni, conduce esperimenti con la musica elettronica e cerca anche suoni alternativi usando strumenti tradizionali, come il suo “piano preparato”. Un pianoforte provocatoriamente violato con oggetti di uso quotidiano inseriti tra le corde, per ottenere suoni inattesi e non del tutto voluti o controllati dall’esecutore. Al fine di cercare sempre più complesse e imprevedibili composizioni durante il processo creativo, i due artisti arrivano persino al lancio della moneta, per stabilire l’ordine dello spettacolo e le durate dei pezzi, e prendono spunto altresì dalle esperienze spirituali buddiste ricorrendo alla consultazione del testo sapienzale cinese degli I-Ching.
La velocità e il ritmo delle frasi, il numero dei danzatori e la loro disposizione dello spazio dipendono dal caso. Inoltre come la pittura contemporanea abolisce la concezione prospettica, il coreografo elimina l’orientamento centrale e frontale del balletto classico e considera ogni parte dello spazio egualmente importante, dove ogni danzatore esegue movimenti differenti su ritmi differenti. Non esiste più alcuna trama o storia, importa poco che ci sia o non ci sia un tema, e come nella vita quotidiana, si possono osservare e ascoltare molte cose diverse nella stessa unità di tempo.

Segue seconda parte con focus su Robert Raushenberg che sviluppa a sua volta un concetto di arte parallelo a quello di Cage per la musica e di Cunningham per la danza.

APPLAUSI PER ATERBALLETTO, OVAZIONI PER ROSSINI CARDS

Diciamolo subito: l’operazione stagione teatrale al Rossini di Pesaro voluta dall’AMAT e dall’Assessorato alla Bellezza è riuscita. Certo, si è andati sul sicuro affidando l’apertura ad Aterballetto, principale compagnia di produzione e distribuzione di spettacoli di danza in Italia e prima realtà stabile di balletto al di fuori delle Fondazioni liriche. Non può quindi meravigliare il teatro pieno ed il lungo applauso (quasi sette minuti) ricevuto a fine spettacolo dagli artisti.
Diciamo anche che il Don Q Don Quixote de la Manca, coreografia firmata da Eugenio Scigliano, ha per alcuni tratti convinto meno. Il coreografo intende evocare, attraverso la metafora del movimento, un mondo interiore pieno di sogni e ideali ma non disposto ad abdicare ad essi e resta fedele al suo codice morale. Pulizia formale ed eleganza accompagnano quasi in maniera spasmodica l’alternanza delle musiche dell’originale fisarmonicista finlandese Kimmo Pohjonen a quelle di musica classica spagnola in un susseguirsi di ambienti notturni e luce. L’aspetto lirico si intravvede appena, confuso e fagocitato da giustapposizioni di azioni sceniche ridondanti e solo accattivanti.
“Ho accettato con entusiasmo ed anche con un po’ di soggezione questa rilettura del Don Chisciotte – ha detto a fine spettacolo il coreografo Scigliano durante le interviste realizzate in platea dalla giornalista e critica di danza Silvia Poletti – sapevo che si sarebbe trattato di una vera sfida riproporre in danza tutte le emozioni di questa vicenda”.
Più convincente Rossini Cards, ma forse perché in scena ormai da dieci anni.
Tutti i danzatori sono disposti sul proscenio, frontalmente al pubblico, vestiti di nero. Uno di loro si spoglia mentre tutti gli altri lo guardano e cade dal palco, come lanciarsi nel vuoto. È l’incipit della lettura sensuale, gioiosa e giocosa che l’Aterballetto di Mauro Bigonzetti fa sulle note di Rossini e con l’accompagnamento al piano per le musiche dal vivo da Bruno Moretti
Un susseguirsi di quadri. Una grande tavolata, come un banchetto ottocentesco, con candele, con tutti i danzatori seduti, che si caricano progressivamente di energia. Un duetto erotico di corpi che si avvinghiano e avvitano l’un l’altra. Un divertente siparietto con una ballerina che esce sul proscenio, a palcoscenico abbassato, declamando un menù rossiniano. Il ritorno dei danzatori vestiti, con abiti neri, alle note della Gazza ladra. E un allegro finale con ancora ballerini che si gettano dal palco dopo una lunga corsa. Un’invenzione coreografica, e scenografica, dopo l’altra. Una grande libertà espressiva. Questa è la fantasia rossiniana di Bigonzetti.

ATERBALLETTO INAUGURA LA STAGIONE DI DANZA DEL TEATRO ROSSINI DI PESARO

E’ affidato ad Aterballetto il compito di inaugurare venerdì 12 dicembre la stagione di danza del Teatro Rossini di Pesaro realizzata dal Comune di Pesaro e dall’AMAT con il contributo della Regione Marche e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo: in scena il dittico Don Q. Don Quixote de la Mancha e Rossini Cards.

Alla fine dello spettacolo il pubblico è invitato a rimanere in sala per Stop! Visioni intorno alla danza, un ciclo di brevi incontri che accompagna alcuni spettacoli di danza della stagione 2014/15 curati da Silvia Poletti, giornalista e critico di danza. Ogni incontro è un invito rivolto allo spettatore perché possa fermarsi, manifestare i propri dubbi o semplicemente lasciarsi guidare tra le sfumature dello spettacolo appena visto.

Dedicato alla figura di Don Quixote in Don Q. – coreografia di Eugenio Scigliano – l’antieroe di Cervantes assume connotazioni contemporanee tra visioni oniriche e percezione di un contesto d’azione reale. L’ingegnoso Hidalgo diventa così metafora inquieta dell’artista in equilibrio instabile fra la realtà e l’immaginario da lui stesso creato. Anche la scelta musicale ricalca questa sorta di schizofrenia: a brani di musica classica spagnola si alternano le sperimentazioni sonore del finlandese Kimmo Pohjonen, quasi ad affermare l’universalità di un Don Quixote il cui spirito non omologato dovrebbe ispirarci, oggi più che mai.
Rossini Cards – coreografia di Mauro Bigonzetti su musica Gioachino Rossini – è una creazione astratta, libera da qualsiasi gabbia drammaturgica, non una storia ma quadri di vite parallele: immagini, cartoline, icone drammatiche e situazioni buffe. Espressione della musica di Gioachino Rossini, del suo ritmo incalzante ed insieme esatto e geometrico. Così come ogni accento, persino il più impercettibile, viene esaltato dal movimento, anche il gesto è pensato per esaltare il colore di ogni nota.

Dopo Pesaro Aterballetto sarà in scena al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno il 14 dicembre con Don Q. Don Quixote de la Mancha e Rain dogs.

Per informazioni e biglietti (da 7,50 a 27 euro): biglietteria del Teatro Rossini 0721 387621, AMAT 071 2072439. Inizio spettacolo ore 21.

PESARO CITTA’ DELLA MUSICA: SINFONICA, D’AUTORE, JAZZ E DA CAMERA

Pesaro città della musica: lo sarà di sicuro fino al prossimo mese di maggio, con ventisette appuntamenti in cartellone al teatro Rossini tra musica sinfonica, da camera, d’autore e jazz. Una stagione nata su iniziativa del Comune di Pesaro con l’AMAT, in collaborazione con l’Ente Concerti e l’Orchestra Sinfonica G.Rossini e con la partecipazione di Fano Jazz Network.
Inaugurata venerdì 14 novembre al teatro Rossini la 55a Stagione Concertistica anche quest’anno propone musicisti e spettacoli di altissimo livello. Primo fra tutti Riccardo Muti che martedì 16 dicembre dirigerà la “sua” Orchestra Cherubini con un programma intenso ed affascinante. La stagione è caratterizzata anche da piacevoli ritorni quali quelli di Danilo Rea, Stefan Milenkovich, Amalia Hall e Giuseppe Albanese. Mercoledì 14 gennaio la Form, diretta da Hubert Soudant che, come un cicerone, ci guiderà nella prima parte di un viaggio nel Classicismo. Sabato 24 gennaio, l’appuntamento con il jazz è con gli “Alti & Bassi”, straordinario gruppo vocale che conquisterà il pubblico con pagine celeberrime.
Mercoledì 28 gennaio sarà la volta della neo formazione pesarese, reduce dal successo ottenuto al Rossini Opera Festival, l’Orchestra Filarmonica Rossini, diretta da Donato Renzetti. Giovedì 12 febbraio la stagione si trasferisce per una sera all’Auditorium Pedrotti con il concerto dello straordinario pianista Grigory Sokolov; si torna al Rossini Venerdì 20 febbraio con una delle migliori giovani violiniste del panorama internazionale, Amalia Hall che torna a Pesaro, ospite dell’Ente Concerti, insieme al pianoforte di Sergio De Simone. Venerdì 27 febbraio, la seconda parte del progetto di Hubert Soudant è dedicata a Mozart e saranno protagoniste la Form ed il violino di Alexandra Conunova. Venerdì 6 marzo la Form, diretta da Stefano Fonzi, accompagnerà il grande Danilo Rea con un programma tra musica classica e musica leggera. Venerdì 13 marzo un giovane ed applauditissimo talento, Giuseppe Albanese. Lunedì 23 marzo ancora la Filarmonica Marchigiana diretta da David Crescenzi con lo straordinario violino di Stefan Milenkovich. Martedì 7 aprile è la volta di un concerto particolare ed affascinante, quello del Trio Diaghilev che con due pianoforti e le percussioni propone effetti spettacolari e sorprendenti. Venerdì 17 aprile la straordinaria Gloria Campaner al pianoforte con un programma di grande afflato. La stagione si chiude Mercoledì 6 maggio con la terza parte del progetto della Form e dei solisti del Keyboard trust di Londra, diretti dal nostro Federico Mondelci, alla scoperta di uno degli autori più amati di tutta la storia della musica: Rachmaninov.
Tre appuntamenti con la musica d’autore sono promossi dall’AMAT a partire dal 7 febbraio con Mauro Pagani che presenterà Creuza de Ma, di cui ricorre il trentesimo anniversario, capolavoro scritto a quattro mani da Fabrizio de Andrè e Mauro Pagani.
Il 12 marzo è la volta della prima nazionale del tour teatrale di Brunori Sas, cantautore della provincia cosentina che pubblica nel 2009 il suo album d’esordio Vol.1 con il quale si aggiudica il Premio Ciampi come miglior disco d’esorodio e la Targa Tenco 2010 come miglior esordiente. A due anni esatti dal Vol.1 Brunori torna con Vol.2: Poveri cristi, lavoro accolto da pubblico e critica con grande entusiasmo.
A chiudere il trittico il 12 aprile Giovanni Allevi, controverso protagonista della musica classica contemporanea. Allevi sarà a Pesaro con il Piano Solo Tour 2015.
Dalla collaborazione con Fano Jazz Network nasce il primo appuntamento del 5 dicembre con Noa, affascinante cantautrice e percussionista di origine yemenita/israeliana/americana che giunge al Teatro Rossini con il Tour Love Medicine.
Con Sinfonica 3.0 l’Orchestra Sinfonica G.Rossini presenta cinque appuntamenti con la grande musica tra tradizione e modernità. Si parte con il Concerto di Capodanno, il primo gennaio, nel quale si renderà omaggio a un grande artista che ha portato il nome di Pesaro il tutto il mondo, Riz Ortolani.
Secondo appuntamento, 6 febbraio, con Massimo Quarta che interpreta Beethoven. Il talentuoso violinista e direttore leccese si esibisce nella doppia vista in due celebri pagine musicali, il monumentale Concerto per violino e orchestra e la potente V Sinfonia.
Il 27 marzo arriva a Pesaro il celebre trombettista Fabrizio Bosso con il suo Pierino e il…jazz, una serata che unisce prosa e musica in un mix di tradizione e modernità. Il 10 aprile torna Massimo Quarta ancora una volta nella doppia vesta di direttore e solista. In questa occasione verranno eseguite Le quattro stagioni di Vivaldi. Ad impreziosire la serata la prima di una nuova composizione di Roberto Molinelli, scritta appositamente per il violinista salentino.
In conclusione il 15 maggio la XI Sinfonia di Beethoven con il celebre Inno alla Gioia diretta da Daniele Agiman, super produzione che vede salire sul palco circa centro artisti fra Orchestra, Coro del Teatro della Fortuna M.Agostini e solisti.

Per informazioni e biglietti: Teatro Rossini 0721/387621, AMAT 071/2072439, teatridipesaro.it (il nuovo sito presentato in occasione della conferenza stampa di oggi – cui fa riferimento la foto – alla presenza dell’assessore alla cultura del comune di Pesaro Vimini, del direttore dell’AMAT Santini, del presidente dell’Ente Concerti avvocato Chiocci, del presidente dell’Orchestra Sinfonica G.Rossini prof. Salucci e di Adriano Pedini per Fano Jazz Network).