IL MITO DI ELENA RIVIVE SUL PIETRALATA

Elena era davvero all’altezza del suo mito in termini di bellezza: figlia di Zeus e di Leda, per la sua mano erano pronti a morire prodi pretendenti, guerrieri e capi di tutta la Grecia. E per la sua bellezza combatterono eroi quali Menelao, re di Sparta, fratello di Agamennone, ed Ettore, fratello di Paride, figlio di Priamo, re di Troia. Per lei, per riportare Elena a Sparta, dove Paride l’aveva rapita a Menelao, suo sposo, Troia fu bruciata, dopo dieci anni di guerra. Al vecchio Priamo bruciò più la beffa dell’astuto Ulisse che non tutte le fiamme che avvolsero Troia quella notte.

“Non temete”, disse Elena, guardando diritto davanti a sé. La notte era di un buio pesto, senza luna. Un’altra sola parola aggiunse, senza voltarsi, e poi non parlò più per tutto il percorso: “Seguitemi” e si addentrò nella notte.

Come tutte le donne quando sanno di essere belle, anche Elena si faceva desiderare. Giunse con oltre un’ora e mezzo di ritardo alla stazione di Pesaro e pensò bene di far precedere il suo arrivo da un sms che avvisava di aver perso il treno a Napoli, dove stava girando un film per la tv.

Quando la sua silhouette sbucò dall’androne, fu come se fosse spuntato un raggio di sole così luminoso che accese il grigio di quel pomeriggio di fine estate. La sua pelle era vellutata e aveva lunghe dita, i capelli neri erano sciolti sulle spalle e vestiva un giubbotto di pelle scura, zainetto e blue-jeans aderenti. Gentile, ci mise a nostro agio, ci raccontò quanto fosse più sbadata di quanto non sembrasse. Avrebbe potuto tranquillamente tirarsela, come probabilmente avrebbe fatto qualsiasi altra attrice, ma lei no. Aveva un sorriso smagliante che iniziava dalle labbra e andava su per le guance fino agli occhi scuri, e ancor più su, oltre all’arco delle sopracciglia fino alle tempie. Il suo sguardo intenso, ma leggero allo stesso tempo, non metteva mai soggezione.

Uscimmo dalla città e dopo circa un’ora d’auto arrivammo alla Gola del Furlo, sulla vecchia Flaminia. Da lì, altri venti minuti per salire sul Pietralata, che fa parte della Riserva Naturale del Furlo, suggestivo parco ricco di fossili, popolato da cinghiali, lupi e aquile.

Elena rimase incantata dal luogo. Volle percorrere subito il sentiero che a inizio estate aveva già percorso Giulio sotto una splendida luna piena. Il sentiero era quello che avrebbe percorso anche il gruppo di spettatori la sera dopo per la performance teatrale. Ma questa volta senza luna, nel buio pesto della notte. Elena si mise a studiare ogni dettaglio, finché la luce glielo permise: spuntoni di rami, lunghi rovi di rosa canina, buche profonde scavate dalle piogge, punti scivolosi, sassi ed ostacoli di ogni genere. Si segnava tutto nella mente, ai quattro punti cardinali prendeva con lo sguardo i suoi riferimenti nello spazio e tirava diritto.

Il sole tramontò e dopo lunghi sali e scendi, quando il crepuscolo ci permetteva di intravedere ancora la traccia del sentiero tra i cardi e le chiome scure delle piante, sul crinale inaspettatamente apparvero le sagome di alcuni cavalli. Immobili, distanti un centinaio di metri, sembravano statue messe lì per dominare la valle. Avanzammo in silenzio verso di loro fin quando Elena alzò un braccio e tutti ci fermammo. Altri cavalli in libertà apparvero sulla vetta ed ora riuscivamo a contarne più di trenta. Immobili, teste alte volte verso di noi, ci studiavano. Erano i cavalli del Pietralata e noi eravamo gli intrusi della notte. In quel punto del pendio non tirava un soffio di vento, l’aria era fresca e c’era un silenzio di piombo. Un cavallo si staccò dalla mandria ed iniziò ad avanzare nella nostra direzione, di fianco al pendio, seguito a pochi metri da altri quattro esemplari. La piccola delegazione si stava avvicinando, guardinga, mentre noi ci si interrogava, muti, battito cardiaco a duecento e affanno che saliva in gola. Non avevamo previsto l’incontro e non eravamo pronti a questo. La notte era oramai scesa.

Troia stava dormendo. Malgrado che Laocoonte e Cassandra si fossero opposti, il cavallo fu portato su un carro dentro le mura, ed ora stava lì, immobile, sotto le stelle, a covar la vittoria. Nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo quella notte, nessuno poteva sospettare che quell’enorme cavallo, costruito dagli Achei e abbandonato sulla spiaggia per fingere la ritirata, avrebbe dalla pancia partorito da lì a poco tanta distruzione e morte.

Nulla è più sconvolgente di un sonno profondo interrotto di soprassalto dalle grida strazianti di un corpo che brucia. Il vecchio Priamo aprì gli occhi di scatto e vide Troia illuminata a giorno con fiamme altissime che sorgevano dal palazzo e dalle case. Ci mise un po’ a capacitarsi che non si trattasse di un sogno. Com’era possibile che gli dei avessero scatenato tanto inferno? In verità gli dei non c’entravano nulla, ciò che Priamo stava osservando era opera di Ulisse. Fu lui, il più astuto di tutti i condottieri che la storia avrebbe mai ricordato, ad escogitare lo stratagemma per colpire Troia al cuore, celando i più valorosi guerrieri Achei nel ventre del cavallo. Troia ora bruciava nella confusione più totale, tra strilla laceranti di donne e la rabbia soffocata dei suoi eroi sconfitti nel sonno. Al vecchio Priamo fece più male la beffa di Ulisse che non tutte le fiamme che avvolsero Troia, né il sapore del sangue che riempì la sua bocca quando, colpito a morte, baciò per l’ultima volta Ecabe, la più amata tra le mogli, madre di Ettore e madre di Paride.

Elena avanzò lentamente di qualche passo, poi si fermò. Il cavallo si arrestò e con lui si arrestarono gli altri, a una decina di metri da noi. Le sagome ora erano ben distinte, la stazza impressionante. Nuovamente, il primo, forse lo stallone capobranco, riprese ad avanzare e finalmente arrivò ad un passo da Elena che se ne stava immobile. I due si studiarono un attimo, poi Elena sussurrò qualcosa, disse parole che a noi suonarono come un canto, e il cavallo allungò il suo collo fino a sfiorarla, toccandole il petto con il muso. Era poderoso, aveva una folta criniera dorata, più chiara del suo manto scuro e, malgrado il buio, si percepivano bene i suoi tratti maestosi, gli occhi e la stella bianca sulla fronte. Elena rispose al contatto con una carezza. Gli altri cavalli allora si avvicinarono, curiosi, sbuffando rumorosamente dalle narici, e ci costrinsero a rompere la fila, facendoci spostare, spingendoci leggermente con il muso. Cercavano il nostro contatto e noi, con gesti lenti e ponderati prendemmo ad accarezzarli. Erano docili. Poi, senza preavviso, così come erano arrivati, i cinque cavalli si allontanarono sparendo nel buio, lasciandoci addosso una intensa emozione.

Pochi attimi dopo, ci giunse il possente nitrito del capobranco e dalla parte opposta altri nitriti rispondere. Come una bufera improvvisa o, meglio, come un terremoto che cresce e cresce di intensità, la terra cominciò a tremare sotto i nostri piedi per le folate dei trenta cavalli che correvano al galoppo verso di noi.

“Non temete” disse Elena. Poi aggiunse “Seguitemi” e si avviò con passo sicuro nella notte, come chi va fiero incontro al destino. Noi la seguimmo in fila, senza fiatare, gli occhi sgranati per non perderla di vista, le orecchie tese per percepire ogni minimo fruscio. Il sentiero era invisibile e non ritrovavamo più i riferimenti che avevamo fissato qualche ora prima con la luce del giorno. Con il buio lo scenario era cambiato, nulla più era riconoscibile. Unico appiglio era lei, che stava in testa e seguitava, in silenzio, a fendere la notte con passo regolare.

I cavalli ci sfiorarono, sentimmo la forza della loro corsa sfrenata e del loro ansimare, percepimmo l’odore del selvatico e la potenza dei loro corpi lanciati nel vento. Fummo invasi da un’esaltante sensazione di libertà e di stordimento. Non riuscimmo per un pezzo a pensare ad altro che a quella corsa, rotonda, armoniosa, cadenzata come il ritmo del battere dei tamburi di un reggimento che si dispone in fila, pronto alla carica.

Avemmo anche la sensazione che Elena fosse a sua volta una poderosa giumenta e che nella sua fiera femminea bellezza avesse attratto i maschi del branco.

Giulio, il regista, non riusciva a capacitarsi. Non immaginava che potesse esistere così tanta potenza e bellezza in natura. In fondo, il buio, il percorso, l’imponderabile forza degli elementi ed i cavalli, erano proprio gli ingredienti della spedizione di Robert Scott all’inizio del secolo scorso. Ed ora nulla di più fortuito avrebbe potuto rendere così vera quella performance teatrale dedicata proprio a Scott.

Giulio aveva preparato tutto con così tanta minuzia, studiando ogni minimo particolare, aveva passato e ripassato nella mente ogni attimo, aveva imparato e ricordava a memoria ogni passo e ogni sasso, ogni parola, le pause, i silenzi, sapeva i versi delle civette e conosceva l’odore del selvatico, sapeva le stelle del cielo e tutti i venti dei mari che aveva navigato. Tutto era sotto controllo. Nulla avrebbe potuto sconvolgere i suoi piani. Ma i cavalli sì. Il buio totale pure. Senza saperlo, si stavano ripresentando a Giulio, uno dopo l’altro, tutti gli errori di Scott.

Incontrando i cavalli della notte, Giulio sentì la scarica di adrenalina lungo la schiena salirgli fin su al cervello. Forse fu questo a spiazzarlo e a fargli perdere l’orientamento, perché quella notte Giulio si smarrì. Lui che aveva studiato tutto così bene, che aveva ripetuto mille volte ogni passo nella sua testa, lui che leggeva le mappe dei cieli e dei mari, che conosceva la rosa dei venti, quella volta proprio lui si smarrì. E a nulla valse l’errare su e giù, in lungo e in largo per ritrovare il sentiero, a nulla valsero i suggerimenti delle civette, né le carte e i tracciati delle stelle, come a nulla valse tutta la sua rabbia in corpo per essersi smarrito, proprio come un bambino che si perde nel buio.

Solo Elena riuscì a placare la tempesta che lo scuoteva, ad alleviare il bruciore che lo consumava dentro, che era orgoglio ferito e null’altro. Che lezione quella notte! Un vortice di sensazioni contrastanti che ora, un po’ alla volta, bisognava rimettere in ordine, una dopo l’altra, con calma.

Col tempo capimmo la straordinarietà di quella avventura e la singolarità di quella performance in quel luogo così affascinante, selvaggio e misterioso. Eppure, ciò che avevamo percorso non era neppure l’anticamera di ciò che aveva vissuto Scott, nella sua spedizione senza ritorno, benché nulla in verità sapessimo della morte, se non quanto fosse vera la possibilità che la vita potesse esplodere quando meno te lo aspettavi.

Per quanto mi riguarda, non posso dimenticare il galoppo possente e armonioso di quei cavalli nella notte. Sono tornato lassù e li ho scorti di nuovo in lontananza, sul crinale, galoppare liberi e alteri. Mi è sembrato che in groppa allo stallone di testa, aggrappata alla criniera, vestita di veli, ci fosse Elena che fendeva il vento senza voltarsi.

Ancora oggi, dopo tanto tempo, quando tutto tace, odo il canto della sua voce nella notte.

 

NOTA: I fatti riportati si riferiscono alla performance teatrale “29 Marzo 1912” Accidente Glorioso 4, un progetto di Rosabella Teatro, con Elena Cucci e Giulio Stasi, svoltasi il 20 e 21 settembre 2014 sul Monte Pietralata, nella Riserva Statale Naturale Gola del Furlo (PU), nell’ambito della XI edizione di Hangartfest festival della scena indipendente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...