ESSERE CONTEMPORANEI OGGI

Che cosa significa essere contemporanei? L’arte che oggi è prodotta può essere considerata tutta contemporanea? Probabilmente sì, purché risponda ad una visione del mondo così come noi lo viviamo oggi. Al di là delle classificazioni e dei codici a cui fare riferimento, credo che l’arte possa essere considerata contemporanea se è capace di interpretare l’attualità dei nostri tempi, le urgenze della nostra vita, le nostre proiezioni e il nostro immaginario. Ovvero lo è se noi, individui e masse, siamo in grado di leggere nella specifica opera segni e tematiche nei quali ci ritroviamo e ci riconosciamo, segni appartenenti alla nostra sfera emozionale, intellettuale e culturale. Di conseguenza, anche un’opera realizzata in epoca passata può essere considerata contemporanea se racchiude tali caratteristiche, che sono individuabili soprattutto sul piano dei contenuti, del concetto e della bellezza intrinseca, più che sul piano dell’estetica. In altre parole, può essere contemporanea se non è “datata”.

Un’opera d’arte, sia che appartenga alle arti visive, letterarie, musicali o all’architettura, ha ovviamente una sua connotazione temporale e in genere risponde a determinati canoni che ne stabiliscono lo stile e che la collocano in determinati filoni o correnti. Ma dovrebbe essere il tempo ad occuparsene e a decretarne la sua collocazione. Invece sembra che a stabilire l’adesione o meno a determinati canoni, sia spesso più un’esigenza della critica che dell’autore dell’opera o del fruitore. Il critico, e un certo tipo di pubblico critico-dipendente, si trova in difficoltà se non riesce a collocare subito un’opera in determinati comparti, se non riesce a catalogare tale artista in tal filone piuttosto che in tal altro. La gran parte del pubblico, invece, non ha questa esigenza e se ne infischia delle etichette. Il pubblico è molto più sereno e libero nella sua posizione di fruitore, fuori dagli schemi imposti. Certo, forse non ha tutti gli strumenti per esprimere in modo critico ciò che vede, ma sa quando una cosa gli piace o non gli piace: se arriva diritta al cuore non ha bisogno di rifarsi ad alcun clichè prestabilito per dire che lo spettacolo gli è piaciuto o per aderire al progetto dell’artista.

Nelle arti sceniche contemporanee, succede con una certa frequenza che ciò che viene messo in scena non è recepito dal pubblico. Credo che nella maggior parte dei casi ciò avvenga per responsabilità dell’artista, troppo spesso chiuso su se stesso, non sempre interessato al rapporto con la platea, ed anche poco sensibile agli aspetti della comunicazione. Capita che l’artista sia preso dalla sua sperimentazione e dall’urgenza di portare in scena ciò che non è compiuto e forse neppure chiaro a se stesso. Ci sono invece lavori che hanno bisogno di un lungo processo di gestazione: più i concetti sono astrusi e più ci vuole tempo per arrivare ad una sintesi leggibile e ad una struttura che funzioni sul piano teatrale.

Nella danza esiste una pratica molto utile che è lo sharing: la condivisione, con un ristrettissimo pubblico, di un lavoro iniziato e non finito, ancora in fase di costruzione. In tal caso l’autore presenta il lavoro allo stato dei fatti, dichiaratamente in forma incompiuta, e si rimette al giudizio – anzi ai consigli – del pubblico, che è informato e accetta la parte. E’ una pratica intelligente che denota umiltà e maturità dell’artista. Funziona così: ho un’idea in testa, inizio un lavoro, arrivo ad un certo punto della realizzazione, mi fermo, guardo ciò che ho fatto e mi dico che per capire meglio che cosa ho fatto e per andare avanti, ho bisogno di guardarlo con altri occhi, ed ecco che chiedo aiuto al pubblico, organizzo una rappresentazione a porte chiuse invitando un numero ristretto di persone ad assistervi, avviso che si tratta di uno studio, di un pezzo ancora in fase di lavorazione, chiedo quindi ai convenuti di dirmi con molta franchezza che cosa ne pensano, che cosa hanno percepito, quali sono state le loro emozioni, che cosa avrebbero fatto al posto mio, quali sono, a parer loro, i punti deboli del lavoro presentato, eccetera. Questo è lo sharing e non è una pratica utile solo all’artista, che ovviamente deve essere disposto a mettersi in gioco e aperto al confronto, ma utile anche allo spettatore, al quale viene offerta una grande opportunità: quella di poter condividere i propri pensieri e sentimenti con l’artista, di esprimere impressioni a caldo su un lavoro creativo grezzo. In qualche modo, il suo contributo inciderà sulla stesura finale e aiuterà l’artista a levigare il pezzo per farlo diventare opera d’arte.

Forse, essere contemporanei è innanzitutto un’attitudine, è qualcosa che non ha propriamente una forma, un volume, una dimensione misurabile, e neppure un vestito che si indossa, ma è qualcosa che si ha dentro e che ci rapporta al vivere, alla società e all’individualità, alla natura che ci circonda, alla vita, nella sua complessità, con le sue contraddizioni e il suo disincanto. Alla vita che a volte è capace anche di farci immaginare un mondo diverso, un mondo che non conosciamo, ma che continua ad ispirarci.

(foto di Jean-Claude Asquié)

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