NEI LANDSCAPE EMOZIONALI DI TESHIGAWARA L’ESSENZA DELLA DANZA

Sabato 18 ottobre, sul palco del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, il coreografo giapponese Saburo Teshigawara ha presentato in esclusiva italiana il suo ultimo lavoro, Landscape, risultato della collaborazione con il pianista di origine lussemburghese Francesco Tristano. In scena anche la danzatrice Rihoko Sato, componente cardine della compagnia Karas, diretta da Teshigawara dal 1985.

Dall’incontro dei tre artisti – avvenuto nel 2010 – nasce uno spettacolo dove danza e musica instaurano una modalità dialogante capace di dischiudere le infinite potenzialità insite nel corpo e nel movimento, sia di danza che del suono. Il tempo è il terreno comune dove i tre si incontrano e tessono una tramatura fatta di respiri comuni e relazioni forti, quasi tangibili.

Inutile dire come il coreografo, dal lungo e rinomato percorso artistico, ha messo in atto ancora una volta una danza molto personale, pura espressione di quei landscape emozionali – come lui stesso li definisce – realizzati attraverso un gesto che affonda le sue radici nello studio delle arti plastiche e del balletto occidentale. Danza che si nutre di un approccio al movimento, e una concezione del corpo, che molto deve alle sue origini orientali. È il respiro che guida i movimenti veloci e ripetuti delle braccia, delle mani, dei piedi e di tutto il corpo congiuntamente. All’immagine di linee convulse tracciate nello spazio da Teshigawara, spesso geometriche e regolari, si contrappone il movimento ondeggiante di Rihoko Sato. La delicatezza del gesto e la figura esile della danzatrice, le curve di un corpo che sembra costantemente piegato dal vento, regalano atmosfere contrastanti ma pur sempre in perfetta armonia con l’altro. I landscape creati dai due danzatori sono qualcosa di interiore ma in forte relazione con l’esterno, una relazione tra inside e outside che in fin dei conti è l’essenza della danza.

La scena è una scatola nera che si veste di luce, movimento e suoni. Una black box dalla quale affiorano le presenze che la abitano. Il maestro Tristano e il suo pianoforte – che con la sua mole in contrapposizione ai fisici minuti dei due danzatori è presenza al pari dei corpi – emergono gradualmente dal buio più totale e rimangono in scena per tutta la durata dello spettacolo. La figura del coreografo invece si intaglia, netta e repentina, a lato del proscenio dove è disegnato un corridoio di luce. Dopo poco, si palesa anche la presenza della danzatrice che, per un curioso gioco di illuminazione e prospettiva, sembra essere in uno spazio molto lontano, sopraelevato, virtuale. Le luci, rigorosamente bianche, ideate dallo stesso Teshigawara, scolpiscono lo spazio e lo inondano, creano ambienti ogni volta differenti, stanze luminose dove i danzatori raccontano il loro gesto.

La complessità dei corpi e del movimento si confrontano con le note del piano di Tristano, con i brani minimalisti di John Cage, Tristano e J.S.Bach – anch’esso definito minimalista per via di una struttura compositiva che si ripete, in un rapporto che non è affatto univoco e semplice. Ad una nota non corrisponde mai un solo movimento. Anche per palesare il gesto più semplice, il corpo concorre nella sua interezza a mettere in atto l’intenzione cinetica. Il rapporto con la musica non si risolve con uno studio formale delle composizioni. C’è piuttosto una comprensione più ampia, un sentire totalizzante che porta la musica a diventare parte del corpo.

E mentre la musica diventa percepibile fisicamente, diventa corpo, si insinua nei corpi e danza in essi, il gesto restituisce suggestioni interiori, immateriali. Nella ripetizione e reiterazione del gesto e del suono, si rafforza l’idea della presenza di diversi stadi emozionali di quei Landscape, appunto, che danno il titolo allo spettacolo. È un incontro, quello della danza con la musica, che si rivela una sfida a rimanere sul tempo, essere in quel tempo condiviso e scandito congiuntamente dalle note e dai gesti che richiede una danza senza defezioni, in continuo incontro/scontro con il suono, netto, definito, chiaro nel timing di Tristano. «Danzare sulle note di Tristano – svela Saburo Teshigawara durante l’incontro con il pubblico moderato da Francesca Pedroni – è una grande sfida perché lui è pungente e non posso stare ad aspettare, devo essere aggressivo. È una sfida dove tutti e tre dobbiamo essere presenti e pronti ad avere la stessa qualità». Il timing lo determina il corpo danzante – dichiara Francesco Tristano – facilitando una scelta che altrimenti dovrebbe avvenire tra molte possibilità. Una determinazione reciproca che non sorprende dal momento che Landscape si basa su un vicendevole scambio di sguardi e ascolti. Un crocevia di rimandi spaziali, temporali, emozionali capaci di riempire uno spazio vuoto con tutto ciò che non può essere detto o visto, ma che si può sentire con il corpo e nel corpo.

foto: Saburo Teshigawara / Karas. Landscape / ph Bengt Wanselius

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