KING ARTHUR, IL DEBUTTO ROMANO DEI MOTUS RACCONTATO IN ANTEPRIMA DA POSTSCENA

Questa sera il Teatro Argentina di Roma, nell’ambito del RomaEuropa, ospita i Motus, formazione tra le più importanti della scena contemporanea italiana. Qualche settimana fa ho avuto il piacere di assistere a questo ultimo lavoro dei Motus al Teatro Rossini di Pesaro, quando la compagnia riminese ha restituito il favore alla città di Rossini concedendole una prova aperta di King Arthur, riscrittura dell’opera di  Henry Purcell su testo di John Dryden.

Nata come site-specific per la Sagra Musicale Malatestiana di Rimini, il King Arthur necessitava di uno spazio teatrale per prepararsi al debutto romano. Ma di quella che viene annunciata essere una prova, con tanto di ensemble orchestrale incompleto, non si può far altro che apprezzare la grande abilità dei Motus nell’esplorare tutte le dimensioni possibili della scena e dalla presenza, cifra che caratterizza il loro lavoro.

I registi Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, insieme al maestro Luca Giardini direttore dell’Ensemble Sezione Aurea, hanno magistralmente vinto quella che si prospettava come una vera e propria sfida. Riadattare in maniera asciutta ed estremamente efficace la dramatik opera di Dryden/Purcell – forma mista e sperimentale dove si alternano teatro musicale e parlato – con una trama così complessa e articolata da prevedere oltre quaranta personaggi, tra solisti, figuranti e coro, ha portato i Motus a confrontarsi con qualcosa di sconosciuto e ancora inesplorato, richiedendo nuove modalità compositive.

Ma il trasporto all’interno delle dinamiche del King Arthur dei Motus/Sezione Aurea non è così immediato. Serve un periodo di transizione per orientarsi in un territorio ibrido, dove il teatro barocco incontra quello contemporaneo. Dove al palcoscenico allestito con tronchi d’albero spezzati e una pavimentazione rossa come il fuoco, come il sangue, si contrappone un ambiente totalmente bianco e sgombro, abitato momentaneamente da presenze reali e digitali, da azioni latenti e svelate dalle riprese fatte in diretta dal cameraman Andrea Gallo e dagli stessi interpreti e restituite sulla parete antistante il pertugio centrale della stanza. Questa camera completamente bianca è una tela pronta per essere disegnata, una pagina sulla quale scrivere la storia di quella sanguinosa guerra tra i britanni e i sassoni attraverso le vicende di re Arthur/Glen Caci e del sassone Oswald, rivali sui campi di battaglia ma anche in quelli amorosi: entrambi anelano alla bella Emmeline/Silvia Calderoni, figlia del duca di Cornovaglia, resa cieca da un incantesimo. I due sono aiutati rispettivamente da Merlino e Osmond, a loro volta assistiti da Philidel e Grimbald, maghi e spiriti magici, espressione di un universo fatato, surreale e musicale.

Le azioni sul palco – di musica, canto, parola e gesto – si intrecciano con la proiezione di immagini di spazi lontani e vicini, accadimenti immediati e passati, visi, corpi e parti di essi. In King Arthur, più che mai, c’è commistione di linguaggi: opera lirica, musica, video arte, danza, giocoleria, testo narrato e, per la prima volta, la presenza in scena di cantanti lirici e musicisti d’opera. King Arthur è un lavoro che può essere definito un nuovo punto di partenza per una formazione attiva sulla scena fin dal 1991 ma che non smette mai di sorprendere con la sua continua ricerca, mantenendo una inconfondibile e personalissima modalità di approccio alla scena.

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