STUDIOSI ED ARTISTI NELLA LIBERA CONVERSAZIONE DI PALAZZO MOSCA PER HANGARTFEST

Palazzo Mosca, sede dei Musei Civici di Pesaro, ha fatto da cornice ad un gruppo di operatori del settore i quali hanno provato a far luce sul significato della contemporaneità nella danza. La conversazione-aperitivo dal titolo Essere Contemporanei? L’arte del movimento oggi tra derive e ritorno all’ordine rientrava nella programmazione dell’XI edizione di Hangartfest, festival della scena indipendente (Pesaro, 6 settembre – 5 ottobre). A condurre la tavola rotonda il giornalista e critico di danza Carmelo Antonio Zapparrata, che con le sue domande ha moderato gli interventi degli ospiti facendo emergere i pochi punti saldi e le molte questioni ancora aperte.

Una volta chiarito che la danza contemporanea non è una etichetta stabile che indica uno stile preciso di danza, ma è piuttosto la capacità di essere aderenti al proprio tempo, rispecchiando quella contemporaneità di cui fa parte, la professoressa Eugenia Casini Ropa – storica della danza e direttrice della rivista scientifica Danza & Ricerca – ha rilevato quanto il mondo vago e incerto della danza contemporanea rispecchi quella  mutevolezza, instabilità e continua evoluzione che appartiene alla società odierna. L’idea che ogni uomo è un creativo, il consolidamento della prassi di una formazione mordi e fuggi insieme all’assemblaggio di linguaggi differenti ha provocato un grande proliferare di esperienze delle quali ben poche riescono ad arrivare ai livelli richiesti dall’arte.

Appare evidente che c’è un difetto nell’uso del termine contemporaneo attribuito alla danza che permette di parlarne con una certa facilità e forse superficialità, come denuncia con il suo intervento Bruce Michelson – artista e corrispondente dall’Italia per Dance Europe.  «Molto spesso si mette la veste di contemporaneo a un evento di danza senza che questo sia stato generato da un processo creativo veramente contemporaneo, dove il coreografo deve tener presente e in considerazione il danzatore, la sua artisticità. Non si è veramente contemporanei se non si mette in atto un processo creativo che parte dal danzatore e dalla sua artisticità».

La definizione di contemporaneo è talmente mobile che si può addirittura parlare di contemporaneità in merito all’operazione di ricostruzione filologica del balletto Raimonda fatta al Teatro alla Scala di Milano. Zapparrata, in maniera provocatoria, sostiene che forse è più contemporanea una tale esperienza rispetto a quelle che copiano qualcosa già successo in passato. La mancanza di un approccio dialettico con la tradizione, e la non conoscenza di ciò che c’è stato, sarebbe una condizione che caratterizza molte esperienze coreutiche oggi e generatore delle cosi dette derive.

Non sempre derive e ritorni all’ordine viaggiano su traiettorie parallele. A riprova che è possibile un punto d’incontro tra le due, Masako Matsushita, artista attiva sulla scena contemporanea e curatrice di vari progetti artistici, racconta dell’esperienza avuta nel coreografare una delle compagnie italiane che utilizza principalmente la tecnica di tradizione accademica. Lei, che usa il linguaggio del corpo e del movimento in maniera molto personale basandosi prevalentemente sull’improvvisazione, ha coreografato lo Junior Balletto di Toscana. L’incontro tra quelli che sembrerebbero mondi lontani, si è rivelato privo di difficoltà, racconta la coreografa. In soli dieci giorni di lavoro questi due estremi – la tecnica e l’improvvisazione – hanno instaurato un dialogo proficuo e interessante.

Le questioni di carattere storico e artistico cedono presto il passo a quelle di carattere prettamente organizzativo. I problemi che emergono con maggior insistenza riguardano soprattutto la fruizione e gli spazi della danza contemporanea. Gilberto Santini, direttore di AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali, apre il suo intervento parafrasando una citazione di Peter Brook secondo la quale bisogna rispondere ai desideri del pubblico, soprattutto a quelli che questo non sa di avere mettendolo di fronte a spettacoli di carattere invasivo piuttosto che evasivo. Servono esperienze che pongono delle domande e creino nello spettatore una sorta di inquietudine giocosa ma sempre con una grande attenzione a non sbagliare la proposta, avendo sempre ben chiaro il motivo per il quale si è scelto di programmare uno spettacolo. Questo perché ci si assume una grande responsabilità nei confronti dello spettatore al quale si chiede un pezzo del loro tempo libero.

Emerge che, pur nella varietà di pubblico che frequenta gli spettacoli di danza, esiste uno stereotipo di pubblico per le proposte contemporanee che ha tra i 30 e i 45 anni. Questa mancanza di giovanissimi tra gli spettatori è confermata dal direttore di Hangartfest, Antonio Cioffi, il quale afferma la difficoltà incontrata negli anni di festival nel coinvolgere i giovani, nello specifico i frequentatori delle molte scuole di danza diffuse sul territorio. A tal proposito, racconta del progetto di sensibilizzazione per giovani spettatori – progetto Explorer – attivato quest’anno con lo scopo di avvicinare maggiormente i giovani ai linguaggi del contemporaneo.

Anche Ingvild Isaksen, artista e direttrice di Sånafestivalen (Norvegia), parla di pubblico. Quello norvegese, a dire della Isaksen, sarebbe più aperto verso le proposte contemporanee perché in Norvegia non si porta avanti una tradizione di danza così come avviene nel nostro paese. Nonostante l’assenza di un passato “ingombrante”, anche il pubblico norvegese sembra avere qualche resistenza alle nuove proposte, tanto che la direttrice ci svela che la scelta di utilizzare spazi in natura come scenario delle performance, non solo è mosso da quel grande amore che i norvegesi hanno per l’elemento naturale ma che, in certe occasioni, può aiutare lo spettatore ad accettare proposte che potrebbero spaventarlo.

Quello degli spazi è un problema che tocca da vicino il direttore dell’AMAT il quale conosce bene la realtà teatrale delle Marche, famosa come la regione dei 113 teatri, quasi tutti rigorosamente all’italiana, con una struttura tale da precludere certe esperienze. In questo senso la dimensione site specific aiuta moltissimo nell’accogliere proposte di carattere contemporaneo con esigenze differenti rispetto al balletto, il quale è concepito per essere accolto nei teatri tradizionali.  Hangartfest da sempre risponde all’esigenza di flessibilità e versatilità delle nuove proposte ospitando i suoi artisti in spazi non convenzionali. Il vantaggio di avere a disposizione spazi con caratteristiche e costi diversi rispetto ai teatri, risponde alle esigenze artistiche e di sostenibilità dei giovani artisti. Cioffi vede negli spazi delle scuole di danza un forte potenziale da poter utilizzare per ospitare residenze artistiche, rispondendo così ad una reale ed urgente necessità dei giovani creativi. Hangartfest si sta muovendo oramai da anni in questa direzione con la speranza di poter realizzare progetti sempre più stabili e duraturi.

Volendo trarre le fila di una giornata dedicata alla danza contemporanea, tra riflessioni e visioni, si può sicuramente affermare che sciogliere il nodo del contemporaneo è impossibile ma che, come sostiene il direttore di AMAT, Gilberto Santini: «è importante continuare a programmare contemporaneo perché questo ci permetterà di avere in futuro una tradizione, anche sbagliando. Se non siamo contemporanei, è come se saltassimo un pezzo della catena naturale della riproduzione del pensiero che connota la civiltà occidentale».

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