L’ELEGANZA E LA FIEREZZA DI KATHLEEN DELANEY NELLO SPACE DI ETHEROTOPIE

Si è concluso con la generosa danza di Kathleen Delaney il progetto Etherotopie, ultima tappa di Osservazioni del vento dell’aria della terra e della volta celeste, percorso ideato da Roberto Vecchiarelli ed Eugenio Giordani, co-prodotto da Quatermass-x, LEMS e Hangartfest.

Il progetto, inserito nella ricca programmazione dell’XI edizione di Hangartfest, festival della scena indipendente (Pesaro, 6 settembre – 5 ottobre), ha visto coinvolte tre danzatrici. Dopo Michela Rosa e Elda Gallo, la Delaney ha offerto, ai quei pochi spettatori che la particolare stanza ambi sonica del Laboratorio Elettronico per la Musica Sperimentale (LEMS) del Conservatorio Rossini di Pesaro è in grado di ospitare – non più di dieci per ogni replica, la sua personale concezione del movimento in relazione allo spazio sonoro creato da Anthony Di Furia.

La performer, dalle origini statunitensi, ha colto a pieno il senso di questo progetto: raggiungere una quarta dimensione percettiva attraverso il connubio tra suono e movimento all’interno del già tridimensionale ambiente sonoro che è lo SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Engine).

Con la sua danza è riuscita a rendere evidente tutto il carattere drammaturgico del suono e a restituire visivamente la sua dimensione spaziale. Con una scelta compositiva differente dalle sue colleghe, Delaney ha preferito una danza che si relaziona fortemente con lo spazio, che sfrutta ogni possibile direzione, disegnando con il corpo traiettorie sempre nuove. Poche pause, fatta eccezione per una prolungata fase preparatoria che la vede seduta in prossimità dell’unica porta d’accesso, e una energia palesata in un continuo susseguirsi di gesti che mettono in mostra le linee del corpo, soprattutto delle braccia.  Entrando all’interno dello SPACE ci si accorge di lei solo dopo che si è preso posto. Indossa una casacca bianca dalle ampie maniche, ha un sapore orientale, ha quasi le fattezze di un kimono.

Con eleganza e fierezza si avvicina al centro e inizia la sua danza. Il corpo è intento a muoversi nello spazio disegnando la sua cinesfera ma compiendo una danza per nulla autoreferenziale. Nessun gesto è fine a se stesso. Si avverte il grande rispetto e il dialogo in atto con la musica, composta di suoni elaborati elettronicamente per l’occasione. Tra danza e musica s’instaura un rapporto alla pari. Nessuna subordinazione, ma piuttosto un dialogo tra i due medium, una conversazione della quale lo spettatore è testimone privilegiato.

Kathleen Delaney gioca in maniera così intelligente con l’elemento acustico da farlo diventare vera presenza scenica, partner reale e percepibile non solo all’udito. Solo sul finale sono colpita da una suggestione: quella ragazza mi appare come un elegante volatile dalle piume bianche e dalle grandi ali. A fatica scorgo la mimica del suo volto per via di una illuminazione con soli neon rossi che assorbono quasi totalmente la luce. Nonostante la quasi oscurità, riesco a scorgere il movimento delle labbra che simulano un cinguettio. Vedo le mani muoversi come un battito di ali e alla fine mi convinco di essere all’interno di una gabbia sonora abitata da un uccello magico che rende omaggio ai suoi ospiti con la sua danza. Così come si è presentata, la performer torna a sedersi sul suo trespolo, accanto alla porta. Guarda fisso davanti a se, elegante e fiera come una sfinge.

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