ETHEROTOPIE: DAL GUSCIO DI ELDA GALLO NASCE UNA PERFORMANCE ALIENA

Totalmente aderente alle sonorità elaborate elettronicamente da Anthony Di Furia è il pezzo di Elda Gallo per la seconda tappa di Etherotopie, percorso di esplorazione delle potenzialità del suono e del movimento all’interno di SPACE, iniziato venerdì 18 settembre con la performance dal sapore ancestrale di Michela Rosa (vedi NEL CERCHIO MAGICO DI SPACE, DANZE ANCESTRALI E SUONI PRIMORDIALI). La Gallo mantiene – apparentemente – sembianze comuni: niente nudità, niente pittura sul corpo che sa di rito propiziatorio, abiti e acconciatura attuali e movimenti che palesano un tecnica e principi di danza occidentale incorporata. Se non fosse per la sua “nascita” da un uovo di plastica nero, tutto lascerebbe pensare ad una consueta performance di danza contemporanea. C’è isolamento delle varie parti del corpo, movimenti veloci e ripetuti, brusche interruzioni, flusso di energia che si sposta da una parte all’altra del corpo, vibrazioni, rotazioni vorticose, linee spezzate del corpo. Ma due occhi disegnati sui palmi delle mani, e polpastrelli delle dita dei piedi evidenziati da un diverso colore, suggeriscono una natura non propriamente terrena della performer. È certo che in un ambiente come lo SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Control Engine), orgoglio del LEMS – il Laboratorio Elettronico per la Musica Sperimentale del Conservatorio Rossini di Pesaro – è facile lasciarsi suggestionare. Sta di fatto che quegli occhi/mani che si muovono nello spazio e si avvicinano agli spettatori con aria investigativa, portandosi dietro tutto il corpo della Gallo trascinata letteralmente da quelle protesi oculari, mi fanno pensare di essere in presenza di un umanoide. Che un alieno si sia impossessato di Elda Gallo? Il volto privo di espressione – forse perché mancante della facoltà dello sguardo attribuito ad altre parti del corpo – e il movimento spezzato e repentino farebbero pensare che questo sia realmente accaduto. La sua presenza / non presenza crea un lontananza dagli spettatori, seppur nella vicinanza spaziale. Non c’è coinvolgimento emotivo ma chiarezza ed oggettività della visione. La sequenza dei gesti è scandita da quella dei suoni. La partitura della danza coincide con quella della musica mettendo in evidenza quest’ultima e ampliando quell’effetto sinestetico caratteristico della stanza ambisonica (lo SPACE, ndr). Forse è la musica che si è impossessata del corpo della performer e la guida nella danza? Fatto sta che arrivo ad avvertire una sensazione di sospensione nel vuoto, di viaggio nello spazio, di assenza di riferimenti spazio-temporali. E quando il suono incalza, aumentando la sua intensità, avverto lo stesso vuoto allo stomaco di quando si è in fase di decollo, quando i motori sono alla massima potenza per poter abbattere la forza di gravità. Nella sua trasposizione visiva della musica, Elda Gallo ha aggiunto un elemento sonoro ulteriore, quello emanato da un sacco di plastica all’interno del quale è rannicchiata all’inizio e alla fine della performance. La plastica gracchia e scricchiola ad ogni movimento del suo corpo. Quel suono si inserisce perfettamente nel contesto, si amalgama con esso anche se, mi appare – almeno inizialmente, come una distrazione dal già ricco ambiente sonoro. Ma questa idea passa in fretta e accetto la convivenza di entrambi. Dopo un viaggio lungo 30 minuti circa mi aspetto di uscire da quella stanza e scoprire di essere approdata su un altro pianeta, forse quello dal quale proviene quell’alieno dalle sembianze umane.

A questo punto del percorso attendo con curiosità l’ultima tappa di Etherotopie, giovedì 25 settembre, per conoscere quali ambienti e suggestioni sarà capace di creare Kathleen Delaney.

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