NEL CERCHIO MAGICO DI SPACE, DANZE ANCESTRALI E SUONI PRIMORDIALI

Assisto alla prima tappa di Etherotopie, progetto di Hangartfest, Quatermass-x e LEMS (Laboratorio Elettronico per la Musica Sperimentale). La performance è di Michela Rosa e si svolge nel particolare ambiente di SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Engine) costruito all’interno del Conservatorio Rossini di Pesaro.

Sono seduta circa a metà del semicerchio di sedie disposte all’interno di questa piccola, ovattata, calda stanza. Ho quasi paura a muovermi, come del resto anche gli altri che siedono accanto a me. Lo capisco dal fatto che hanno le ginocchia serrate una contro l’altra e le mani appoggiate sulle cosce. Siamo tutti molto ordinati e non ci muoviamo, forse per paura che quell’ambiente, progettato per ricercare uno spazio sonoro 3D, possa captare ogni nostro minimo rumore e farlo rimbalzare ovunque.

Una fievole luce al neon mi permette di distinguere, al centro, un tappeto circolare nero sul quale sta accovacciata una creatura. Indossa solo uno slip e il suo corpo è dipinto di blu. Sul viso due sottili linee bianche a contornare gli occhi. I capelli ondulati e scuri sono parzialmente raccolti e alcune ciocche cadono liberamente sulle spalle. Ai lati della testa è rasata. Da dove siedo vedo la sua schiena. Per quasi tutta la durata del pezzo non vedo altro che la sua schiena. È così vicina che distinguo chiaramente le vertebre e le fasce muscolari, sento la tensione nelle sue falangi e percepisco ogni minuscolo movimento. Sento che si muove anche quando è ferma.

La componente sonora di Etherotopie è di Anthony Di Furia. Consiste in una elaborazione digitale di suoni della natura, dell’universo, una “nenia primordiale” che, sfruttando il sistema costituito da 21 + 1 altoparlanti, posizionati perfettamente su una sfera introno al pubblico, permette di ricreare spazi dinamici acustici complessi. Questo è SPACE.

Il suono ci avvolge totalmente, riempie lo spazio, diventa spazio. I cicalecci metallici, i cigolii e le scie di suono che si insinuano nelle mie orecchie hanno una consistenza quasi materica. E mentre vengo inondata dai suoni vedo che quel corpo – che sembra appartenere ad un primitivo proveniente da un luogo lontano – inizia la sua danza. Non capisco se sia lei ad essere venuta fino a noi, nel mondo occidentalizzato, oppure quella navicella sonora ci ha trasportato in un mondo lontano. La creatura inizia a sviluppare il suo movimento fino a raggiungere la verticalità e poi ritornare a terra. L’energia fluisce in quel corpo ricurvo a terra in modo continuo, la sua tensione – interna – si percepisce anche nelle pause e nelle accelerazioni, nei tremolii e non si allenta mai. L’energia rimane sospesa, sostenuta dalla materialità del suono e poi torna a defluire ma sempre molto lentamente. Quando quel corpo si insinua tra le sedie ed esce dal mio campo visivo non riesco a distogliere lo sguardo dal centro. La sua presenza è ancora lì, su quel tappeto nero stropicciato dove ha lasciato tracce di colore. La vedo con la coda dell’occhio, vedo ancora solo la sua schiena. Sono tentata di voltarmi ma non voglio farlo. Non voglio vedere cosa c’è oltre quel semicerchio. Per me è tutto lì. E poi finalmente lei compare di nuovo. Questa volta posso vedere il suo viso. Ha un qualcosa di animalesco, di ancestrale, di primordiale. Stesse caratteristiche che ritrovo nel suono.

Ho incontrato Michela Rosa alla fine delle tre repliche. Abbiamo parlato a lungo di questa esperienza all’interno dello SPACE. Mi racconta di quel pensiero che ha guidato la sua performance. Si è immaginata un esserino nascosto sotto le foglie che ogni tanto esce fuori. Mi spiega la sua concezione del movimento, di come cerchi di rimanere in ascolto di sé anche, e soprattutto, nell’immobilità. Del suo tentativo costante di essere presente con tutto il corpo mandando il pensiero in movimento fino alle estremità delle mani e dei piedi. Di come si ha spesso fretta di esternare l’azione, di come si è catturati dall’ansia del fare. Mi confessa che in quell’ambiente così piccolo ha sentito forte l’energia degli spettatori e da questa è stata molto condizionata. Con un gruppo si è sentita più tranquilla ed è riuscita a stare più a lungo nel movimento; con un altro ha ricevuto un’energia tale che non gli ha permesso la stessa dedizione a se stessa. In ogni caso ha percepito l’instaurarsi di una relazione forte tra lei e il gruppo.

Le dico che per me il suo pezzo è “molto Butō. Sorride e mi risponde che il Butō la sta chiamando da tempo ma che, per uno sconosciuto motivo, sta opponendo resistenza. Senza saperlo il Butō si è già insinuato nella sua arte, è qualcosa che ha incorporato senza sapere come. La lentezza, la trasformazione, i piccoli gesti, gli elementi della natura, l’immobilità sono tutti elementi che caratterizzano l’arte danzata di Michela Rosa. Ognuno di questi era presente all’interno della performance creata per Etherotopie.

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