PRIMA TANTE BELLE SFUMATURE DI GRIGIO, POI IL BUIO

Fino a quel momento era tutto andato bene. Un lavoro molto curato, intimistico, impeccabile sul piano estetico. Non che fosse solare, anzi, ricordo il grigio della scena, grigi i muri, grigie le luci, grigio il costume, grigia, forse, anche la colonna sonora. Ma era un lavoro che non lasciava indifferenti, che toccava la sfera alta dei sensi, come lo sa fare anche il Butoh, con una sua linea stilistica precisa, essenziale e altera, coerente dall’inizio alla fine. Venti minuti di alta tensione. Ero uno spettatore appagato, avevo dentro un sentimento di piacevole sospensione.

Poi gli applausi, meritati, lei molto brava, conosciuta, un trascorso davvero invidiabile e molti anni in quel di Firenze, una garanzia. Ero andato a teatro incuriosito ed era valsa la pena, fino a quel momento.

Poi si accesero le luci, l’organizzatore della serata chiese attenzione al pubblico ed invitò l’artista a tornare in scena, portarono due sedie e un microfono. Le fu chiesto di parlare del lavoro che aveva appena mostrato e quali fossero state le fonti della sua ricerca.

L’artista sorrise e fingendo sorpresa, prese fiato ed iniziò a parlare. Parlò, parlò e parlò ininterrottamente per 20 minuti con un linguaggio così forbito, ricco di citazioni, colti rimandi e incisi, che mi sentii mancare. Più parlava e più le immagini che mi ero costruito durante la performance pian piano svanivano. Stavo perdendo quota e dallo stato di sospensione in cui mi trovavo stavo scivolando pian piano verso il basso, sotto la poltrona. Oramai, sentivo così tanta frustrazione in corpo che riuscivo a fatica a respirare.

L’artista anche, finalmente, prese fiato. Ma dal pubblico una ragazza dall’aria saputella ebbe la pessima idea di rivolgerle una domanda. Un altro fiume di parole invase la platea inchiodandoci tutti per altri venti minuti. Non era possibile uscire da quella situazione kafkiana, il pubblico era rinchiuso e costretto a star seduto: l’unica uscita si trovava di fianco al boccascena e quindi troppo evidente per non farsi notare dall’organizzatore, che conoscevo e che l’avrebbe presa male. Ma se qualcuno avesse osato fare un’altra domanda, giuro che l’avrei preso a morsi dalla rabbia.

Non so se quelli erano i patti tra artista e organizzatore, cioè tirare i discorsi per le lunghe per fare serata, per giustificare il costo del biglietto, ma per quanto mi riguarda, ho trascorso sessanta minuti di sofferenza in quell’incredibile successione di eventi: la piacevolezza della performance che avevo visto, nei primi 20 minuti, lo smembramento di tutto il castello che mi ero costruito nei successivi 20 minuti e, infine, il sequestro di persona negli ultimi 20 minuti.

Me ne tornai a casa col mal di testa e tanta rabbia in corpo, per la violenza subìta come spettatore da parte di una coreografa che supponeva di poter spiegare a parole ciò che non era riuscita a comunicare col corpo. Grave errore. Se fossi uscito subito da quel teatro, sarei tornato a casa con la gradevole sensazione di aver assistito ad una bella performance e avrei ricordato l’artista con altrettanta gradevolezza. Invece ne sono uscito frustrato e di pessimo umore. Mi era stata tolta la libertà di vedere le cose a modo mio, di immaginare e dare la mia soggettiva interpretazione. L’incanto del teatro si era spezzato, interrotta la magia che avviene nello spettatore quando proietta se stesso in palcoscenico.

Quando si porta in scena un lavoro, questo non appartiene più esclusivamente al suo autore, ma al pubblico. Nel teatro il vero artista ha l’umiltà di donare la sua opera agli spettatori lasciando a questi la libertà di recepirlo, ognuno a modo suo, seguendo la propria sensibilità. Solo così le grandi opere diventano universali.

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