OTTOMILA CHILOMETRI DI CONOSCENZA CON LA DANZA

Ho conosciuto Tommaso Monza grazie ad Andrea Baldassarri e ho conosciuto Andrea grazie ad una lettera che mi aveva inviato alcuni mesi prima. Una lettera cordiale, nella quale parlava di sé, del suo lavoro di danzatore e di attore. Non era proprio un ragazzo, lo capivo dalla foto, e quando poi ebbi modo di incontrarlo mi fu chiaro che avevo a che fare con un uomo. Oggi non sai più qual è l’età in cui avviene il passaggio, si dà del ragazzo a tutti, mentre ai miei tempi i ragazzi erano quelli coi calzoni corti. Prima si diventava uomini a 20 anni, ed era un traguardo ambito. Oggi il passaggio all’età adulta è sempre più posticipato, per convenzione si arriva a 35 anni, e c’è chi parla di 40. Tra qualche decennio forse aboliremo l’età adulta e passeremo dalla gioventù direttamente alla vecchiaia, un po’ come già avviene con le stagioni: quelle di mezzo non ci sono più.

Tornando ad Andrea, mi piacque il suo modo di porsi, con sguardo franco e modi garbati. Parlammo di possibili laboratori, di spettacoli e di progetti itineranti, lui mi parlò di viaggi e accennò al Kazakistan. Lì per lì non diedi importanza al Paese che aveva nominato, troppo lontano e dimenticato da Dio (ma non evidentemente dagli uomini che ne conoscono bene la morfologia del territorio e i giacimenti che vi si nascondono).

Poi passarono un paio di mesi e Andrea tornò a trovarmi con Tommaso ed un gruppo di danzatori. Cercavano un posto dove fermarsi per qualche giorno, dove lavorare in santa pace per rimetter su un pezzo per Cividale. Li accolsi volentieri: c’è sempre posto per le belle persone. A volte si incontrano sbarbatelli un po’ arroganti, che si credono già arrivati e pensano che tutto gli sia dovuto. Chissà in nome di che cosa hanno così tanta supponenza. Forse è perché sono piccoli dentro, un po’ come il mio schnauzer nano, che è piccolo in tutti i sensi, ma si crede un gigante ed è un concentrato di energia distruttiva.

Con Andrea e Tommaso, le due chiacchiere che volevamo fare, sono diventate due ore di volo pindarico. Ho scoperto che il Kazakistan è per loro ciò che l’America era per me da adolescente: il sogno. Più li lasciavo parlare e più mi rendevo conto di quanto fossero folli nel loro progetto (ma la follia non è genialità nell’arte?), da realizzarsi in due mesi e da portarsi addosso per l’intera esistenza. Da qui al Kazakistan ci sono ottomila chilometri di asfalto e di deserto, due mesi a cavallo di un vecchio Ducato, una sfida di sopravvivenza, non certo un viaggio di piacere, nulla a che fare con il turismo o l’avventura da escursionismo. Semmai, una vera e propria spedizione, dove si affronta il viaggio con lo spirito dell’esploratore, del ricercatore scientifico, come succedeva in passato, quando non c’erano aerei e comodità. Ma perché partire? a quale scopo? che cosa può spingere oggi due artisti ad intraprendere un viaggio del genere, a percorrere strade insicure, regioni ostili, mille pericoli, mettendo a repentaglio la propria vita? per quale motivo lo farebbero dato che, ed è ovvio, non è né per i soldi e né è per sfruttare alcun giacimento? Semplice: per la conoscenza!

Per la conoscenza insaziabile di cui si nutre l’essere umano, una specie di belva che divora ogni cosa con la frenesia dei sensi e con il fervore del sentimento. Per incontrare altre persone con altre facce, altri sguardi, altre idee, per intrattenersi con loro parlando una lingua impossibile da capire, ed intendersi ugualmente. Quindi, il nulla, direbbe qualcuno. Ma non per Tommaso e Andrea, per i quali non c’è brama di conquista, ma di conoscenza: per scambiare pensieri attraverso il linguaggio dello sguardo e del corpo, forse per intraprendere una danza in cambio di una zuppa o di un letto per riposare. Sono artisti e solo arte possono dare in cambio di umanità. Lo scambio è alla pari, onesto. Ognuno porta a tavola ciò che ha ed il senso del vivere in pace è sedersi e mangiare insieme, condividendo il cibo alla stessa tavola.

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