ACCOMPAGNARE I GIOVANI SPETTATORI AD ESPLORARE IL MONDO DELLA DANZA, QUESTO E’ PROGETTO EXPLORER

Ci siamo interrogati spesso su quale fosse la modalità giusta per instaurare un dialogo con il “nostro pubblico”. Uso il virgolettato perché non amo particolarmente il termine pubblico – per la sua immagine di massa impersonale – e perché nostro potrebbe sembrare qualcosa di cui ci siamo appropriati in via esclusiva, mentre si è spettatori (o pubblico) per scelta libera e consapevole. Nei nostri ragionamenti siamo stati spesso influenzati dal termine formazione, comunemente usato per definire progetti destinati ai fruitori di spettacolo dal vivo. Come si forma un pubblico? Quale formazione dare ad un pubblico? Ma soprattutto, perché formare il pubblico? Quando domande come queste si insinuavano nelle nostre riflessioni, i discorsi andavano alla deriva e ogni volta ci si trovava al punto di partenza. La svolta è finalmente arrivata quando abbiamo allentato la presa, decidendo che non avremmo dato alcuna formazione, almeno in maniera rigorosa e prioritaria, ma che avremmo instaurato con lo spettatore un dialogo più confidenziale, più libero, più creativo. Il nostro progetto sarebbe stato un progetto di sensibilizzazione alle arti sceniche, in particolar modo a quelle contemporanee, rivolto a giovani spettatori.

Un gruppo di giovani tra i 16 e i 18 anni sono i protagonisti del primo progetto Explorer Junior (per distinguerlo da un primo tentativo fatto lo scorso anno con Explorer più adulti) che è partito a giungo di quest’anno. I ragazzi che ne prendono parte sono appassionati di danza, studiano danza classica e contemporanea e sono spettatori alle prime esperienze con i linguaggi del contemporaneo. Hanno aderito con entusiasmo ma con la timidezza che caratterizza questa età. Quindi, per non forzare troppo la mano si è scelta una modalità di approccio graduale, dapprima invitandoli ad intervenire su una piattaforma virtuale – un gruppo segreto sul social network Facebook – dove le caratteristiche della comunicazione mediata dalla tecnologia li ha alleggeriti dai vincoli spazio-temporali e dall’elemento emotivo implicito in quella faccia a faccia. Nonostante questo, ci sono state settimane piene di silenzio prima che il gruppo iniziasse a commentare video di performance pubblicati nel gruppo (i video sono stati selezionati attingendo dalle numerose candidature pervenute per la vetrina Essere Creativo di Hangartfest). Ma i commenti sono arrivati, brevi ma incisivi. Una volta rotto il ghiaccio ho sentito il bisogno, in quanto coordinatrice del progetto, di incontrare il gruppo. Insieme abbiamo guardato alcuni video, li abbiamo commentati, abbiamo approfondito i lavori leggendo le sinossi e le biografie dei performer, ci siamo ricreduti e abbiamo rivisto i nostri giudizi. Uscita da quell’incontro ho avuto ancora una volta la sensazione che quella intrapresa fossa la strada giusta. Ma siamo ancora all’inizio di un percorso che ha obiettivi a lungo termine, che vuole fornire strumenti di lettura della scena contemporanea e diversi punti di vista che crei e mantenga in questi ragazzi la capacità di giudizio critico che li rende spettatori consapevoli e attivi. Insomma, un progetto che vuole accompagnare giovani spettatori ad esplorare il mondo della scena contemporanea per stimolare in loro curiosità, interesse, capacità critica e cogliere il senso, mai univoco, di un’opera d’arte, in questo caso di un’arte effimera come la danza che svanisce nell’attimo in cui si compie e lascia traccia solo nella mente e nei sensi di chi guarda.

PRIMA TANTE BELLE SFUMATURE DI GRIGIO, POI IL BUIO

Fino a quel momento era tutto andato bene. Un lavoro molto curato, intimistico, impeccabile sul piano estetico. Non che fosse solare, anzi, ricordo il grigio della scena, grigi i muri, grigie le luci, grigio il costume, grigia, forse, anche la colonna sonora. Ma era un lavoro che non lasciava indifferenti, che toccava la sfera alta dei sensi, come lo sa fare anche il Butoh, con una sua linea stilistica precisa, essenziale e altera, coerente dall’inizio alla fine. Venti minuti di alta tensione. Ero uno spettatore appagato, avevo dentro un sentimento di piacevole sospensione.

Poi gli applausi, meritati, lei molto brava, conosciuta, un trascorso davvero invidiabile e molti anni in quel di Firenze, una garanzia. Ero andato a teatro incuriosito ed era valsa la pena, fino a quel momento.

Poi si accesero le luci, l’organizzatore della serata chiese attenzione al pubblico ed invitò l’artista a tornare in scena, portarono due sedie e un microfono. Le fu chiesto di parlare del lavoro che aveva appena mostrato e quali fossero state le fonti della sua ricerca.

L’artista sorrise e fingendo sorpresa, prese fiato ed iniziò a parlare. Parlò, parlò e parlò ininterrottamente per 20 minuti con un linguaggio così forbito, ricco di citazioni, colti rimandi e incisi, che mi sentii mancare. Più parlava e più le immagini che mi ero costruito durante la performance pian piano svanivano. Stavo perdendo quota e dallo stato di sospensione in cui mi trovavo stavo scivolando pian piano verso il basso, sotto la poltrona. Oramai, sentivo così tanta frustrazione in corpo che riuscivo a fatica a respirare.

L’artista anche, finalmente, prese fiato. Ma dal pubblico una ragazza dall’aria saputella ebbe la pessima idea di rivolgerle una domanda. Un altro fiume di parole invase la platea inchiodandoci tutti per altri venti minuti. Non era possibile uscire da quella situazione kafkiana, il pubblico era rinchiuso e costretto a star seduto: l’unica uscita si trovava di fianco al boccascena e quindi troppo evidente per non farsi notare dall’organizzatore, che conoscevo e che l’avrebbe presa male. Ma se qualcuno avesse osato fare un’altra domanda, giuro che l’avrei preso a morsi dalla rabbia.

Non so se quelli erano i patti tra artista e organizzatore, cioè tirare i discorsi per le lunghe per fare serata, per giustificare il costo del biglietto, ma per quanto mi riguarda, ho trascorso sessanta minuti di sofferenza in quell’incredibile successione di eventi: la piacevolezza della performance che avevo visto, nei primi 20 minuti, lo smembramento di tutto il castello che mi ero costruito nei successivi 20 minuti e, infine, il sequestro di persona negli ultimi 20 minuti.

Me ne tornai a casa col mal di testa e tanta rabbia in corpo, per la violenza subìta come spettatore da parte di una coreografa che supponeva di poter spiegare a parole ciò che non era riuscita a comunicare col corpo. Grave errore. Se fossi uscito subito da quel teatro, sarei tornato a casa con la gradevole sensazione di aver assistito ad una bella performance e avrei ricordato l’artista con altrettanta gradevolezza. Invece ne sono uscito frustrato e di pessimo umore. Mi era stata tolta la libertà di vedere le cose a modo mio, di immaginare e dare la mia soggettiva interpretazione. L’incanto del teatro si era spezzato, interrotta la magia che avviene nello spettatore quando proietta se stesso in palcoscenico.

Quando si porta in scena un lavoro, questo non appartiene più esclusivamente al suo autore, ma al pubblico. Nel teatro il vero artista ha l’umiltà di donare la sua opera agli spettatori lasciando a questi la libertà di recepirlo, ognuno a modo suo, seguendo la propria sensibilità. Solo così le grandi opere diventano universali.

OTTOMILA CHILOMETRI DI CONOSCENZA CON LA DANZA

Ho conosciuto Tommaso Monza grazie ad Andrea Baldassarri e ho conosciuto Andrea grazie ad una lettera che mi aveva inviato alcuni mesi prima. Una lettera cordiale, nella quale parlava di sé, del suo lavoro di danzatore e di attore. Non era proprio un ragazzo, lo capivo dalla foto, e quando poi ebbi modo di incontrarlo mi fu chiaro che avevo a che fare con un uomo. Oggi non sai più qual è l’età in cui avviene il passaggio, si dà del ragazzo a tutti, mentre ai miei tempi i ragazzi erano quelli coi calzoni corti. Prima si diventava uomini a 20 anni, ed era un traguardo ambito. Oggi il passaggio all’età adulta è sempre più posticipato, per convenzione si arriva a 35 anni, e c’è chi parla di 40. Tra qualche decennio forse aboliremo l’età adulta e passeremo dalla gioventù direttamente alla vecchiaia, un po’ come già avviene con le stagioni: quelle di mezzo non ci sono più.

Tornando ad Andrea, mi piacque il suo modo di porsi, con sguardo franco e modi garbati. Parlammo di possibili laboratori, di spettacoli e di progetti itineranti, lui mi parlò di viaggi e accennò al Kazakistan. Lì per lì non diedi importanza al Paese che aveva nominato, troppo lontano e dimenticato da Dio (ma non evidentemente dagli uomini che ne conoscono bene la morfologia del territorio e i giacimenti che vi si nascondono).

Poi passarono un paio di mesi e Andrea tornò a trovarmi con Tommaso ed un gruppo di danzatori. Cercavano un posto dove fermarsi per qualche giorno, dove lavorare in santa pace per rimetter su un pezzo per Cividale. Li accolsi volentieri: c’è sempre posto per le belle persone. A volte si incontrano sbarbatelli un po’ arroganti, che si credono già arrivati e pensano che tutto gli sia dovuto. Chissà in nome di che cosa hanno così tanta supponenza. Forse è perché sono piccoli dentro, un po’ come il mio schnauzer nano, che è piccolo in tutti i sensi, ma si crede un gigante ed è un concentrato di energia distruttiva.

Con Andrea e Tommaso, le due chiacchiere che volevamo fare, sono diventate due ore di volo pindarico. Ho scoperto che il Kazakistan è per loro ciò che l’America era per me da adolescente: il sogno. Più li lasciavo parlare e più mi rendevo conto di quanto fossero folli nel loro progetto (ma la follia non è genialità nell’arte?), da realizzarsi in due mesi e da portarsi addosso per l’intera esistenza. Da qui al Kazakistan ci sono ottomila chilometri di asfalto e di deserto, due mesi a cavallo di un vecchio Ducato, una sfida di sopravvivenza, non certo un viaggio di piacere, nulla a che fare con il turismo o l’avventura da escursionismo. Semmai, una vera e propria spedizione, dove si affronta il viaggio con lo spirito dell’esploratore, del ricercatore scientifico, come succedeva in passato, quando non c’erano aerei e comodità. Ma perché partire? a quale scopo? che cosa può spingere oggi due artisti ad intraprendere un viaggio del genere, a percorrere strade insicure, regioni ostili, mille pericoli, mettendo a repentaglio la propria vita? per quale motivo lo farebbero dato che, ed è ovvio, non è né per i soldi e né è per sfruttare alcun giacimento? Semplice: per la conoscenza!

Per la conoscenza insaziabile di cui si nutre l’essere umano, una specie di belva che divora ogni cosa con la frenesia dei sensi e con il fervore del sentimento. Per incontrare altre persone con altre facce, altri sguardi, altre idee, per intrattenersi con loro parlando una lingua impossibile da capire, ed intendersi ugualmente. Quindi, il nulla, direbbe qualcuno. Ma non per Tommaso e Andrea, per i quali non c’è brama di conquista, ma di conoscenza: per scambiare pensieri attraverso il linguaggio dello sguardo e del corpo, forse per intraprendere una danza in cambio di una zuppa o di un letto per riposare. Sono artisti e solo arte possono dare in cambio di umanità. Lo scambio è alla pari, onesto. Ognuno porta a tavola ciò che ha ed il senso del vivere in pace è sedersi e mangiare insieme, condividendo il cibo alla stessa tavola.

CURANDI KATZ, L’ARTE CHE VA IN CIRCOLO CON LA VITA

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Ricevo un messaggio firmato Curandi Katz, una coppia di artisti italo americani. Chiedono un incontro. Stanno cercando una sala dove lavorare per preparare la loro prossima performance-installazione. Mi allegano dei materiali. Leggendo capisco che ho a che fare con persone speciali. Pare che la loro condizione di artista sia legata alla loro concezione di vita, e la loro vita legata agli accadimenti del mondo che li (ci) circonda, e il mondo legato al loro essere, che a sua volta è ciò che genera la loro condizione di artista, che non prescinde dalla coerenza con il loro esistere, il loro agire non violento e il loro pensare. Insomma, arte che va in circolo. Potrei sbagliarmi, penso, forse è solo un’impressione. Accetto di incontrarli.

Ed eccoci seduti, dopo i primi convenevoli, a chiacchierare di noi. O, meglio, di loro. Valentina è di una dolcezza unica: sguardo limpido come l’acqua, i lineamenti del suo viso e del suo corpo sono in perfetta armonia con la luce del giorno e con i fiori della sua camicetta. Parla senza fretta, dosando parole e respiri, con naturalezza sorprendente. Nathaniel ha un aspetto familiare, un po’ fuori dal tempo e non so perché, lo associo ai ricordi della mia infanzia, in Svizzera, ai boschi e ai prati verdi. Lui, cresciuto in Canada, dove boschi e prati verdi ce ne sono all’infinito, dev’essere uno di quelli che sa cosa sia la fatica del duro lavoro, ma anche la soddisfazione delle cose semplici: glielo riconosci dai solchi sul viso e da come sorride. Proprio due belle persone! E’ come se avessero il sole dentro di loro e arrivassero da un altro pianeta. Parlano e sorridono, si guardano di tanto in tanto, in segno di approvazione. Io li ascolto e dentro di me penso: qualsiasi cosa mi chiederanno sarà un sì. E così è stato. Certe cose le senti dentro e quando questo accade, è il cuore che parla.

TETTE KATODIKE + INFERNO, PURGATORIO, PARADISO (andata e ritorno, versione breve)

I Fratelli Mangiagrigio amano rappresentare l’interazione con l’umano attraverso una raccolta continua di sensazioni ed emozioni che una performance, di qualsiasi genere, è in grado di offrire.
Proveranno a ripetersi anche nella prossima produzione di Hangartfest, festival della scena indipendente, in collaborazione con Macula, centro internazionale di cultura fotografica.
Saranno presenti allo Scalone Vanvitelliano di Pesaro dal 5 settembre al 5 ottobre (da mercoledì a domenica; dalle 17.00 alle 20.00, con entrata libera).
Il titolo lascia aperta ogni suggestione e previsione. Abbiamo cercato di carpire qualche segreto della loro performance, quello che stanno preparando. Non c’è stato nulla da fare. Possiamo solo anticipare che nel corso del Festival verrà presentata una loro raccolta di disegni in un bel catalogo pubblicato da Proartis, che altro non sono che il racconto giorno per giorno della scorsa edizione di Hangartfest.
I Fratelli Mangiagrigio si stanno proponendo in questi mesi con successo in Olanda, ad Amsterdam, alla 4Bid Gallery. Non è la loro prima esperienza all’estero. Artisticamente nascono poco meno di due anni fa e per loro è l’unico dato biografico che conta. Che poi siano entrambi giovani e pesaresi, ma per nulla legati da vincoli di parentela, è un dettaglio irrilevante. Quello che più vale è la visione che Paolo e Giacomo (unica concessione ai tratti personali) hanno nel raccogliere le emozioni del pubblico attraverso le diverse interpretazioni che può offrire una rappresentazione artistica.
Lo hanno sperimentato in molte occasioni a Pesaro, ma soprattutto all’estero. Fin dagli esordi, sia come solisti che in sodalizio. Paolo, dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Carrara, ha vissuto un anno a Lisbona dove ha potuto avvicinarsi alle pratiche “curatoriali” per poi ottenere nel 2012 la laurea al biennio specialistico in comunicazione ed organizzazione per l’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Brera.
Giacomo, Laureato in Sociologia a Urbino, ha conosciuto suo “fratello” Paolo durante gli anni all’Accademia di Brera dove si è diplomato in Terapeutica Artistica. Li abbiamo incontrati alla vigilia di una nuova esperienza all’estero: .
Non ci sono frontiere, non ci sono spazi predefiniti per i Fratelli Mangiagrigio. <Però non esportiamo nulla – spiega Giacomo – perché ovunque andiamo cerchiamo di valorizzare forme e culture locali. E poi ci piace l’idea che gli spazi da noi occupati si intendano allo stesso momento liberi>.
Come quando utilizzarono per un’estate circa gli angusti corridoi del sottopasso di viale Marconi durante la manifestazione Perepepè: .
Come vi definireste? .
Perché il nome Mangiagrigio? .
E fantasia, aggiungeremmo, come quella di Giacomo che fino a qualche tempo fa sperimentava nuove forme di scambio, di relazione, di lavoro facendo diventare chiunque un Mecenate dell’arte e ospitare a casa sua il suo artista personale.
<E’ quello che ho chiesto anche ai miei genitori – dice Giacomo – e cioè di non considerarmi come un loro figlio ma un piccolo artista da adottare>. Che però vuole camminare con le proprie gambe, sorretto da suo fratello Paolo e trasformare qualche volta un luogo “abusivo” in uno spazio consacrato all’arte come accaduto quest’estate con SBAM a CandelarArte, con tanto di taglio del nastro delle autorità presenti. Tra le tante facce e sembianze adottate dai fratelli Mangiagrigio si aggiunge ora anche quella di “Anonymous dell’arte”.

INVISIBILE AGLI OCCHI E’ LA BELLEZZA. Il 6 settembre, cioè tra esattamente un mese, inizia l’undicesima edizione di Hangartfest.

Direttore Antonio Cioffi, sbaglio o quest’anno siete in ritardo con il programma?

Abbiamo avuto un sovraccarico di lavoro, afferma il fondatore di Hangartfest. Un inaspettato numero di candidature ricevute per la vetrina Essere Creativo, circa novanta, ci ha spiazzati e fatto saltare tutte le tempistiche che avevamo stabilito. Ovviamente si tratta di un bel successo che alza notevolmente il livello della vetrina, avendo dovuto selezionare solo sei candidati. Questo è stato il motivo del ritardo. Per il futuro, faremo partire tutto con largo anticipo.

Quest’anno il festival ha un titolo. Questa è una novità per Hangartfest, di cosa si tratta?

Dopo dieci edizioni abbiamo sentito il bisogno di aprire un nuovo capitolo con un elemento che caratterizzasse maggiormente il nostro festival e che desse una chiave di lettura poetica all’edizione in corso. Avremo dunque un titolo diverso ad ogni nuova edizione che verrà e per questa che sta per inaugurarsi, abbiamo scelto “Invisibile agli occhi è la bellezza”, ispirandoci al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. La bellezza la si percepisce con il cuore, e non con gli occhi. E’ una frase affascinante che capovolge un po’ il sentire comune. Con gli occhi si coglie la parte più superficiale della bellezza, quella più appariscente, visibile a tutti, ma la bellezza più autentica si nasconde dentro le cose e dentro le persone, e questa la si può cogliere solo col cuore.

Vedo che il festival si è arricchito di tanti partner e collaborazioni.

Abbiamo intanto consolidato il nostro rapporto con AMAT, molto proficuo sotto tutti i punti di vista, che rimane un punto di riferimento sul territorio. Anche quest’anno siamo stati inclusi nel progetto REFRESH! Lo spettacolo delle Marche per le Nuove Generazioni, promosso dal CMS Consorzio Marche Spettacolo, in partenariato con Proartis, Teatro Aenigma e Associazione Nuovo Cinema di Macerata. Inoltre, Banca dell’Adriatico ha confermato il suo sostegno diventando main partner del festival, aspetto non secondario per una manifestazione che si regge principalmente sulle proprie forze. Ma devo dire che sono migliorati anche i rapporti con le Istituzioni, sia con il neonato Assessorato alla Bellezza del Comune di Pesaro e sia con la Regione Marche. Riteniamo molto importante relazionarci con le Istituzioni e con gli altri attori della scena culturale marchigiana. Ma, allo stesso tempo, guardiamo con molto interesse anche ciò che succede altrove, in Europa, per questo abbiamo stretto nuove amicizie, collaborazioni importanti, come quella con il Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance, grazie al quale ospiteremo giovani laureandi che abbiamo selezionato lo scorso maggio a Londra. Poi il gemellaggio siglato con 4Bid, un’officina creativa nelle arti visive e performative, molto attiva ad Amsterdam, con la quale condividiamo pensieri e buone pratiche. Infine abbiamo attivato una bella collaborazione con il festival Ravnedans in Norvegia, con il quale saremo impegnati in scambi residenziali per le prossime edizioni.

Ma vedo anche che la manifestazione si svolgerà in sedi e luoghi molti diversi dalle scorse edizioni. Un’apertura al territorio, suppongo. Che cosa vi ha spinti in questa direzione?

E’ vero, porteremo il festival in luoghi molto diversi: al Teatro Sperimentale, allo Scalone Vanvitelliano, all’Auditorium della Maddalena, ai Musei Civici, al Centro Arti Visive Pescheria e allo SPACE, la sala ambisonica in dotazione al LEMS, il Laboratorio di Musica Elettronica del Conservatorio Rossini. Ci saranno performance anche nei parchi cittadini e al Furlo, oltre che ad Hangart Teatro Off, dove inaugureremo il festival. Quindi teatri, luoghi monumentali storici e spazi all’aperto a contatto con la natura. Una varietà di luoghi scelti in funzione delle attività e delle performance che proporremo, perché alla base c’è sempre una forte motivazione artistica. Alcune scelte sono molto esclusive, per un pubblico disposto a mettersi in gioco sul piano fisico ed emozionale, se penso alla performance al Furlo, oppure a quella che presenteremo al Conservatorio Rossini, dove solo dieci spettatori alla volta potranno assistere, anzi vivere un’esperienza assolutamente unica e affascinante.

La formula di Hangartfest è sempre stata molto variegata, tra spettacoli, laboratori, video installazioni e conferenze. Quest’anno però c’è anche una sezione dedicata ai ragazzi. Se non sbaglio, anche questa è una novità.

Era da un po’ che ci stavamo pensando. Diamo molta importanza al rapporto con il pubblico e all’aspetto formativo del futuro pubblico attraverso l’avvicinamento dei giovani alla scena. Abbiamo pertanto deciso di investire maggiormente in questo aspetto, che è fondamentale, aprendo una sezione dedicata proprio ai più giovani, con diversi laboratori propedeutici alla performance vera e propria. Abbiamo chiesto la collaborazione dell’associazione ETRA tra arte e educazione, di Pesaro, che si occupa con successo di progetti che introducono i bambini alle arti visive e faremo appello al Mousiké di Bologna che si occupa egregiamente da molto tempo di laboratori intergenerazionali, dove i più piccoli interagiscono con gli adulti. Proporremo quindi tre laboratori e uno spettacolo di teatro ragazzi presentato dalla compagnia Garbuggino-Ventriglia di Livorno. Riteniamo che occuparci di pubblico giovane sia una mission ed un dovere. Bisogna creare mille opportunità per avvicinare i ragazzi alle arti, qualsiasi esse siano, musica, pittura, danza, teatro.

Inoltre, abbiamo attivato un programma guidato di sensibilizzazione per i più grandi (16-20 anni), chiamato Explorer, con l’obiettivo di stimolare la capacità critica e attiva dei giovani, quindi non fruitori passivi, fornendo loro elementi e strumenti di lettura dello spettacolo. Il gruppo, molto motivato, è guidato da una nostra operatrice esperta, laureata al DAMS, che accompagna i giovani agli spettacoli dal vivo e li segue nelle loro visioni di video. Il gruppo interagisce anche con gli artisti in residenza presso il nostro festival e analizza le selezioni fatte dalla Commissione di esperti per la vetrina Essere Creativo.

Prima accennava al successo della vetrina Essere Creativo. A che cosa è dovuto?

Oltre alla buona promozione che è stata fatta, credo che sia dovuto ad almeno altri tre fattori: il buon nome del festival, le residenze in palio e la presenza di partner qualificati, quali l’AMAT e il Ravnedans Festival. Le tre cose messe insieme sono state determinanti. La vetrina offre a giovani coreografi e performer la possibilità di portare in scena i lavori in un contesto qualificato, davanti al pubblico e ad operatori del settore, offre dunque visibilità e opportunità di scambi. I costi degli artisti sono tutti coperti, anche se il nostro budget ci costringe ad una certa austerità. Tra le candidature ricevute, di cui il 50 per cento tutte straniere, solo 6 lavori sono stati selezionati da una commissione di esperti composta da critici di danza e direttori di festival. Gli artisti arriveranno dalla Grecia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dall’Inghilterra e dall’Italia. Tra questi anche un lavoro marchigiano.

 

NASCE POSTSCENA, la “stanza” dell’approfondimento culturale

Non so voi ma la nascita di un blog, per chi ha speso tempo e fatica nell’immaginarlo, progettarlo, idearlo e realizzarlo (almeno nella sua visione editoriale) assomiglia alla nascita di un figlio. Quando lo si progetta si hanno tanti dubbi: sarà il momento giusto? Avremo la forza e le risorse per proseguire in questo cammino affascinante ma pieno di ostacoli?

Come per un figlio la decisione non può arrivare dalla testa, ma dal cuore, dal profondo del proprio io. Si è guidati dall’impulso materno (o paterno), spinti dal desiderio di lasciare in eredità qualcosa di proprio.

Qui si tratta di molto meno, è un progetto meno ambizioso di un figlio ma allo stesso tempo provoca buone sensazioni. Ma anche un forte senso di responsabilità.

Perché un blog: perché vogliamo condividere idee, progetti, proposte e notizie con gli altri ed inoltre non meno importante ritengo un fattore positivo quando l’editoria, che sia cartacea o su internet, che abbia i crismi di una testata giornalistica o sia libera da vincoli giuridici, si arricchisce. La democrazia compie un piccolo passo in avanti, sempre.

Perché PostScena. Sarà un contenitore in cui misceleremo tante idee (spero interessanti), parleremo di spettacolo dal vivo, di danza ma non solo. Troveranno spazio anche le arti visive e altre arti sceniche, quali il teatro. Cercheremo di aprire un momento di riflessione ed uno scambio di idee libero, “una stanza” in cui accomodarci dopo (post) uno spettacolo (scena) o una mostra visitata. Come anche apriremo delle finestre su tematiche di attualità culturale. Con senso di rispetto ed umiltà verso i lettori che vorranno seguire i nostri post.